Le donne c’erano
LA PAROLA
Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservavano il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono gli aromi profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo prescritto. Il primo giorno della settimana, al mattino presto le donne si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il viso chinato a terra, ma quelli dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: «Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno»”. Ed esse ricordarono le sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano in esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto (Lc 23, 54-56; 24,1-12).
Le culture antiche riservavano un ruolo rilevante alle donne nelle cerimonie funebri: le matrici della vita non potevano restare estranee ai riti che accompagnavano la fine dell’esistenza. Anche tuttora, in aree del mondo che conservano resti di società matriarcali, sono testimoniati costumi in cui la presenza femminile è determinante.
A.P. Elkin descrive una pratica che avveniva nel territorio di Perth durante la quale la testa dell’agonizzante riposava sulle ginocchia della madre, mentre altre donne piangevano amaramente graffiandosi il viso e i parenti cantavano: “Figlio mio [o fratello mio] non ti rivedrò mai più in futuro”.
La sepoltura di Gesù fu un atto compiuto in fretta perché la Legge voleva che fosse sepolto entro sera, inoltre non si poteva violare il riposo del Sabato. Le donne sono presentate come osservatrici partecipi, seppure da lontano, della crocifissione. Per quanto riguarda la sepoltura, invece, il loro sguardo è tutto proteso a quanto avrebbero compiuto in seguito, vale a dire trovare il corpo di Gesù per ungerlo con aromi profumati. Non ci fu lo spazio per il lamento perché il racconto evangelico è teso a renderle prime testimoni della risurrezione.
Questo vuoto verrà riempito dalla pietà popolare a cui non basterà che le donne fossero presenti ai piedi della croce né che si limitassero ai vasetti di unguento resi vani dalla risurrezione. Andando al di là della lettera del testo, nelle sacre rappresentazioni si fece largo il compianto, divenuto celebre nelle sue rappresentazioni scultoree, famose quelle di Niccolò dell’Arca e Guido Mazzoni. Guardando a quelle donne poste nel momento culmine e decisivo del Vangelo viene da chiedersi come mai siano poi scomparse dalla celebrazione del sacro.
La mattina della Risurrezione, le donne andarono per ungere un corpo morto, ma non lo trovarono. Proprio quel vuoto, grazie alla parola, divenne segno di Colui che vive: “Non è qui, è risorto”. Le donne, al pari nostro, hanno solo ascoltato le parole dell’annuncio; se vi si presta fede le nostre vite cambiano radicalmente. Per Luca, le donne cercarono di generare alla fede gli Undici e tutti gli altri, ma non furono credute, anzi le loro parole parvero come un vaneggiamento. Da quel mattino di Pasqua, l’annuncio che tra i morti non c’è Colui che è vivo pone tutti di fronte a una scelta: è la verità più alta dell’esistenza e della storia o è puro vaneggiamento?
Occorre decidere. Per noi, come per le donne e poi i discepoli, la fede nella risurrezione è accoglimento di una parola ricevuta da altri. Crediamo in una testimonianza senza avere beneficiato di alcuna apparizione. È giunta a noi solo una voce: “Non è qui, è risorto”; ma se il nostro cuore crede, il non qui diviene nella speranza, già in qualche modo, un qui.







