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Le caramelle che corrono /3: L’insistenza del piccolo Mussafiri

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Un bel giorno, alla missione di Kalembe, arrivò una cassa di aiuti provenienti dall'Europa. Nell'aprire quella cassa, tra i pacchi di viveri e il materiale scolastico, abbiamo trovato la bella sorpresa di un sacchetto di caramelle. Non si trattava di caramelle che corrono, ma di quelle vere, che stavano ben ferme nella loro confezione di differenti colori: rosse, gialle, verdi. I primi a usufruirne sono stati i tre giovani che si trovavano con me ad aiutarmi. A loro ne avevo lanciato una manciata da assaggiare.

Lo scambio della carta

Eravamo nel tardo pomeriggio e le scuole a quell'ora erano già chiuse. Nel cortile però era rimasto a giocare ancora un gruppo di scolari, così ho potuto distribuire subito le caramelle. Per facilitare la distribuzione di una caramella per ciascuno dei ragazzi presenti, ho attirato l'attenzione con tono di voce sostenuto, imponendo a tutti di sospendere il gioco. I ragazzi hanno gustato la propria caramella, soddisfatti di quella sorpresa inattesa.

Alcuni, tenendosi cara tra le mani la cartina colorata, hanno iniziato a fare trattative di scambio della cartina, con reciproca allegria. Nei giorni seguenti poi, ho visto diverse di quelle cartine colorate infilzate con uno stecchetto di legno alla parete di fango, nell'atrio delle loro capanne.

"Una anche a me!"

Un'ora dopo aver concluso la distribuzione delle caramelle, vedo arrivare una bambina di circa otto anni che si dirigeva verso di me. Teneva per mano un bambino piccolo e fragile. La ragazzina mi  presenta il fratellino, dicendo: "Il mio fratellino si chiama Mussafiri (che significa, "colui che è nato durante il viaggio"). Ha visto la cartina rossa della mia caramella, e a tutti i costi ha voluto che lo accompagnassi qui da te, perché ne vuole anche lui una rossa, uguale alla mia".

Il bambino era così piccolo, che non poteva avere più di un anno di età. Era nudo, bello e perfetto, da sembrare un angioletto nero scolpito in bronzo. Purtroppo, in quel momento, non potevo più soddisfare il desiderio di Mussafiri, perché le caramelle con la carta erano già state tutte distribuite. Mi dispiaceva doverlo deludere, ma non potevo farci niente. Il piccolo, nel frattempo, si era piazzato davanti a me e con le mani alzate mi ripeteva, come in una litania: "Una anche a me! Una anche  a me! Anche a me!".

Ripescata da un angolo...

Allora mi rivolgo al bambino per convincerlo che non potevo accontentarlo, ma che gli avrei riservato una caramella per la prossima occasione. Ma Mussafiri era troppo piccolo per capirmi e continuava a ripetermi in lingua swahili, la stessa implorazione: "Na mie! Na mie! - Anche a me! Anche a me!".

Per far capire al bambino che le caramelle erano davvero finite, mi esprimo con un gesto: gli sfodero una tasca dei miei pantaloni e gli faccio vedere che è vuota. La formula della tasca vuota era un gesto che normalmente funzionava bene con gli adulti; ma con Mussafiri non aveva avuto successo. Egli continuava a ripetermi: "Anche a me! Anche a me!".

Alla fine mi venne in mente che quando il sacchetto di caramelle era stato aperto per la prima volta nel magazzino, ne avevo lanciate una manciata verso i miei collaboratori. Ero convinto della probabilità di trovare almeno una caramella tra quelle scivolate dalla mano di qualcuno. Così, sono tornato a rovistare ogni angolo del piccolo magazzino.

Fortunatamente, guardando da destra a sinistra, una caramella sperduta è riapparsa in un angolo. Ero proprio contento di averla trovata, sapendo che con quella avrei fatto felice il bambino. Nel cortile una ventina di ragazzi continuava a giocare e il nostro Mussafiri con la sorellina era con loro.



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