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Lascia libero il mio popolo, Una voce dal Brasile

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Sono sempre meravigliose le vie del Signore: Dio scrive le sue incredibili storie anche in tempi poco belli.

La mia vocazione sbocciò in tempo di guerra, durante lo sfollamento, nel piccolo paese di Escolca, in provincia di Nuoro, dove arrivammo stanchi, morti di fame, pieni di terrore per i bombardamenti americani su Cagliari. Ricordo, era una notte buia, quando qualcuno bussò alla porta di quella piccola stanza trovata a fatica. Davanti alla porta che aprimmo con una certa paura, stava una macchia nera: "Buonanotte, siate i benvenuti. Io sono il parroco".

Parlava con accenti nervosi; aprì il mantello nero, tipico dei preti di quel tempo e ne venne fuori un pane grande e bianco, cosa che noi cittadini, abituati al pane razionato fatto di polenta, avevamo dimenticato che esistesse. Fu l’inizio della mia amicizia con quel prete e con Gesù. Si chiamava don Efisio Siddi. Divenni chierichetto e mi fece da maestro elementare. Mi tenne con sé quando i miei rientrarono a Cagliari dove la nostra casa non esisteva più. A 12 anni mi mandò nel seminario di Dolianova, perché io volevo dire Messa come lui e volevo amare come lui mi aveva insegnato quella notte, con quel pane bianco.

vocazione Stavo terminando la terza media al Seminario di Cagliari, quando venne una figura strana a parlarci: un prete con la barba. Conoscevo i Cappuccini di veste marrone con la barba, ma prete in nero con lunga barba non l’avevo mai visto. Quando nella conferenza ci parlò delle missioni, la mia fantasia cominciò a correre dietro a tutti i racconti che stavo leggendo sulle riviste missionarie che mi passava la buon’anima di mons.Melas. Studiare tutto quel latino e greco mi stufava; e allora bussavo alla porta di quel monsignore (che divenne vescovo di Nuoro) buono e paziente che mi indicava le pagine di racconti piene di avventure e di eroismi, oppure mi dava i francobolli di varie nazioni. Il missionario era p.Giovanni Picci, saveriano di Quarto Sant’Elena. Anima bella e entusiasta di missionario sardo. Ebbi la sorte di edificarmi presso il letto dei dolori che lo portarono a morte.

La vocazione missionaria fu fulminate. Ricordo che finii gli esami in giugno, e in settembre venne lui stesso per portarmi a Vallo della Lucania, seminario saveriano. Non vi dico le peripezie del viaggio in nave da Cagliari a Napoli, nei giorni di appena dopo guerra. Ciao mia Sardegna! La rividi dopo sette anni. Adesso ripensandoci, mi pare che fu davvero un’incoscienza la mia. Bambino, non pensai molto al dolore dei miei che, ricordo, protestavano a quel mio allontanarsi da casa così piccolo. Ma fu come una folata di vento che passò e mi travolse. Non mi pento per nulla. Si avverò quella cosa di cui parla la Bibbia: Dio passa veloce e porta via con sé. Negli anni della mia formazione, venni a conoscere altri Istituti missionari. Li ammiro tutti, i missionari sono tutti uguali: vanno lontano a portare Cristo. Mi innamorai dell’Istituto saveriano per l’ambiente fraterno che incontrai mi affascinava la figura mite, piena di pietà e di forza di mons.Conforti, il Fondatore, che i vecchi padri ci presentavano.

Due suoi motti mi impressionarono sempre: il suo motto episcopale – Caritas Cristi urget nos – e quell’altro dove insegna ai suoi figli come volersi bene: Amatevi come fratelli e rispettatevi come principi.

La mia avventura missionaria cominciò subito dopo l’ordinazione. Nove mesi di attesa per il Visa, e via per il Bengala, oggi Bangladesh. Sei anni nella terra della fame. Sintesi di questa vita davvero avventurosa: entrai piangendo, chiedendomi "Dove sono caduto?", e ne uscii piangendo, perché quella miseria umana mi aveva conquistato. Tentai di tornarci: passai due anni in Inghilterra per studiare e tornarvi direttore della scuola che avevo iniziato e si sviluppava molto bene. Ma il mio cuore si rifiutava di resistere a quella vita così disagiata. Nella mia attuale missione in Brasile, dopo quasi 20 anni, mi sono accodato a tutta quella schiera di coraggiosi, che a fianco di un popolo schiacciato dalla miseria, lottano per fare intendere a pochi milioni di cuori duri, che la schiavitù terminò il secolo scorso, ma che realmente ancora non è finita. Con 84 milioni di persone senza terra e senza diritti cantiamo con tutte le forze l’inno di Mosè che ripeteva al faraone: "Lascia libero il mio popolo, dice il Signore". È la lotta di Dio che vuole tutti i suoi figli salvi.

È tutta una vita piena di sapore, che riempie il cuore: aiutare Dio a rifare il mondo bello e buono come Lui lo aveva creato all’inizio.

  • p. Edmondo Lamanna - Cantagalo – Brasile.


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