Lacrime e dono di madre, Storie di violenza e speranza
Padre Mario Sciamanna è nato nel 1939 a Polverina di Comunanza, in provincia di Ascoli Piceno. Dopo aver lavorato per alcuni anni in Spagna, è missionario in Congo da 23 anni. Ci scrive dalla missione di Bukavu.
È venuta da me Machozi-Zawadi, una giovane di 26 anni. Mi ha raccontato: “Eravamo tre ragazze di Mwenga: Chantal, Bazazi ed io. Quattro uomini viaggiavano con noi. I soldati ci hanno prese di sorpresa. A noi ragazze hanno rubato tutto quello che avevamo con noi, anche i vestiti, e ci hanno obbligate a seguirli terrorizzandoci con il fucile sempre spianato su di noi. Lungo il tragitto, i quattro uomini sono stati trucidati.
Una notte d’inferno
Anche noi abbiamo temuto di andare incontro alla morte. Arrivati nella foresta, dove abitavano i nostri rapitori, abbiamo pensato: adesso tocca a noi; in che modo ci uccideranno? Per noi hanno scelto il metodo più raffinato: l’Aids. Infatti a turno, una dopo l’altra, gli otto soldati ci hanno violentate. È stata una notte d’inferno!”.
Machozi piange a lungo prima di riprendere il racconto. “Dopo un po’, il comandante mi ha presa come moglie. Sono stata costretta a restare con lui due mesi e due giorni. Ma un giorno ci siamo dette che dovevamo fuggire da quell’inferno, e siamo scappate. La nostra fuga è durata quattro giorni attraverso la foresta, nella pioggia e nel freddo. Per non morire di fame, ci siamo riempite lo stomaco di frutti della foresta, di cose che non avevamo mai mangiato prima. Finalmente, il quarto giorno, sfinite, sporche e quasi spoglie, siamo arrivate a Bukavu. Era il 5 febbraio”.
Non ucciderò il bambino!
Ora Machozi respira soddisfatta. Poi riprende: “Questa mattina sono andata all’ospedale. Ho fatto le analisi per vedere se ho l’Aids e se sono incinta”. Mi mostra i risultati delle analisi: niente Aids, ma è incinta. Questo è un dono di Dio - e Zawadi significa “dono”! Scoppia di nuovo in lacrime - e Machozi, il suo primo nome, vuol dire “lacrime”!
Machozi-Zawadi si mette a gridare: “Ho in grembo un bambino, figlio mio e figlio della violenza di un comandante rwandese! Ho vergogna. Non potrò continuare gli studi di infermiera; il mio fidanzato Maurizio non mi vorrà più. Ma il mio bambino non lo ucciderò. È sempre figlio mio”.
Le dico: “Coraggio, Machozi! È stato un incidente doloroso. Dio ti ha aiutato e continuerà ad aiutarti. Dì tutta la verità a Maurizio. Se ti vuol bene, ti sposerà”.
Diamo una mano alla vita
Mamme e giovani donne, ricordatevi di tutte le donne del Congo, che subiscono violenza. Se potete, fate qualcosa per loro. Non le abbandonate.








