La vera fede è vera vita
Gesù arriva nel suo paese; ma, "venne nella sua patria e i suoi non lo ricevettero". Gesù si presenta uomo-come-tutti-gli-altri, mentre la gente si aspetta il Messia come-un-grande-di-questo-mondo. Perciò, secondo queste loro logiche, il Cristo diventa un "ostacolo-inciampo", nel senso che si chiudono, lo rifiutano, non si fidano; al punto che Gesù stesso "si meraviglia della loro incredulità".
Vogliamo fare una riflessione sulla natura della fede e tentare di capirne il mistico congegno per controllare, per dirla con il credente Dante "s’ella è in noi lucida e tonda". La fede è l’intelligenza di Dio nell’intelligenza dell’uomo: Dio comunica all’uomo i suoi piani, i suoi pensieri, i suoi punti di vista. La fede è una divina "condiscendenza-comunione", una partecipazione "vera e propria" della conoscenza che Dio ha di se stesso. Attenzione: non una conoscenza "fredda", ma "affettiva-mistica".
Per dirla con Paolo: Dio si è manifestato al nostro "cuore" e con il "cuore" si crede; e con Pietro: dalle tenebre ci ha chiamati alla sua ammirabile luce.
Qualche riflessione-applicazione-alla-vita:
* per questo supplemento di Luce-Amore, che ci viene dall’alto, per dirla con Giovanni, la memoria-intelletto-volontà sono estremamente elevate-perfezionate; perciò una "minima" verità tenuta "per fede", vale infinitamente di più che non tutte le intuizioni-ragionamenti più sublimi di tutti i Geni-Pensatori-Filosofi; e mi compiaccio di dire che la più ignorante persona del popolo ne sa infinitamente di più circa i supremi misteri di Dio e della sua vita che tutti i cosiddetti "grandi", i cui discorsi sono attesi-pubblicati sulle testate dei nostri giornali.
* Dato che l’idea fondamentale che irrompe nella mente umana per la fede è quella dell’eternità; dato che l’uomo nella vita presente è un pellegrino incamminato verso la vera-definitiva patria; dato che la casa su questa terra non è "dimora", ma "tenda", e che, per dirla con Teresa d’Avila, è una notte sola passata in un cattivo albergo, avremo, per conseguenza che:
* tutti i più angosciosi problemi che torturano la mente dell’uomo non si potranno risolvere, in modo "magistrale", se non inquadrati alla luce dell’Aldilà; così il dolore, se uno ha grazia di "credere" nell’eternità; "credere" come Paolo che "le tribolazioni di questa vita non sono paragonabili alla gloria dell’Aldilà".
* Così, se il ricco ha la grazia di "credere" che la sua villa non deve essere dimora ma "tenda", non la terrà con la mentalità "egoistica" di possesso "esclusivo-definitivo", ma gli diventerà occasione per esercitare una "più" fraternità.
* Ma siccome, bisogna aggiungere, i pensieri di Dio, al dire di Isaia, non vanno d’accordo con quelli dell’uomo, anzi, addirittura li "contrastano", perché l’uomo è violentemente disturbato dai desideri disordinati dell’avere-godere-potere, risulterà anche chiaro che la fede implica sofferenza-sacrificio-abnegazione, che consisterà in una lotta costante, perché, per dirla con Paolo, i desideri della carne non abbiano il sopravvento su quelli dello Spirito.
È per questo che il "credente" è oggetto di ammirazione, è ritenuto fortunato e si esclama con un celebre giornalista moderno: "Beati voi che avete la fede!". Ha pienamente ragione: la fede è il più grande dono di Dio; però la fede è assolutamente più grande, al punto che ci diciamo a vicenda, con grande convinzione:
"È meglio morire di fame che morire di fede".







