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Il centro giovanile nei quartieri di Bujumbura

Renzo, un amico che da 12 anni passa l’estate con noi, continua a dirmi che dovrei tenere un diario delle cose che faccio. Non gli ho mai dato retta. Non vorrei andare in giro con un baule di diari! E poi, non voglio ostacolare la fantasia di Dio, nel suo camminare tra la gente dei quartieri a nord di Bujumbura.

La storia è iniziata così...

Era il 1990 quando p. Vittorino Ghirardi - detto “Victor” - mi disse: “Andiamo in Burundi; p. Marino Bettinsoli ci invita a iniziare un centro giovanile”. Padre Marino ed io eravamo stati espulsi dal Burundi nel 1984, insieme ad oltre 600 missionari. Avevo giurato di non tornarci più. “Ma questa volta si tratta di inventare un centro giovanile, capisci?”, mi precisò subito p. Victor. Il vescovo voleva gente che vivesse con i giovani, in periferia di Bujumbura, per far crescere generazioni nuove, capaci di vivere insieme e in pace. Un programma interessante, per un paese che aveva avuto una quindicina di crisi e oltre 500mila morti in trent’anni di indipendenza. Sempre per questioni etniche!

Siamo partiti. Per due anni abbiamo parlato, consultato, chiesto consiglio, per capire dove, cosa e come fare. Le differenze nei quartieri di periferia erano esplosive come una pentola di fagioli: differenze di etnia, di religione, di nazionalità, di sesso... Insomma, non mancava niente al ventaglio della fantasia umana. Il vescovo era spesso con noi per “inventare” il centro giovanile. Lo voleva bello, grande, pieno di iniziative. Noi avevamo altre idee. Ci ispiravamo a Charles de Foucauld, a Martin Luther King e ad altri del genere.

Una vita da cani!

A Pasqua del 1992 siamo andati a vivere con i giovani. Ci siamo subito trovati circondati da mille giovani e da mille problemi. A settembre sono arrivate le suore dorotee di Cemmo (Brescia), per lavorare con le ragazze. Poi abbiamo costruito il resto del centro. L’abbiamo aperto un mese prima del colpo di stato che doveva portarci 13 anni di guerra.

Per abituare i giovani - ragazzi e ragazze dai 14 ai 30 anni - a vivere insieme, avevamo deciso di farli lavorare in gruppo, nelle varie attività: sport, cultura, doposcuola, musica, teatro, acrobazia, dattilografia...Ma è arrivato il tempo dell’orrore. A gennaio del 1994 è scoppiato tutto: morti, feriti, odio, vendetta. Vivevamo nella paura; mangiavamo seduti a terra, contro i muri; ci sentivamo isolati e cercavamo di telefonare per sentire qualcuno. Ogni 15 giorni, i saveriani e il vescovo ci portavano da mangiare.

Il centro giovanile era diventato un ospedale da campo. Partivano le camionette dei medici senza frontiere e della croce rossa per raccogliere morti e feriti. Paura, fughe, pianti. Ci hanno attaccati; hanno tentato di ammazzarci; abbiamo subito shock terribili, gli stessi che la popolazione viveva ogni giorno. Avevamo deciso di restare e siamo rimasti. Una vita da cani, in mezzo al pericolo di morte. Ogni minuto di vita era un regalo.

Il tempo della speranza

Poi la guerra si è calmata un po’, tra va e vieni continui, per sette anni. Padre Victor era morto. Ero con p. Marino Bettinsoli e poi con p. Gigi Signori. Pur nelle difficoltà di ogni giorno, la vita era arrivata, e questa era la cosa più bella. I giovani - poveri e ricchi, cristiani e musulmani, tutsi e hutu, ragazzi e ragazze, burundesi e rwandesi e congolesi - cercavano di vivere insieme, di aiutarsi, di perdonarsi, di diventare animatori di pace per tutti.

Finalmente il centro è “scoppiato” e siamo usciti nei quartieri, usando il sistema delle attività e dei progetti, per imparare a vivere insieme nella solidarietà. Quando Dio ha voluto, sono arrivati i tempi della speranza, con le firme dei trattati di pace. Ora stiamo aspettando la democrazia. Ancora oggi ci sono spari, morti e feriti. Ma il centro giovanile Kamenge è un laboratorio di pace. I giovani lavorano, studiano, si divertono, discutono, pregano... Giorno per giorno si inventa un mondo di pace, dove è bello vivere insieme.

Il cammino di questi anni ci ha portato oltre quello che avevamo immaginato. Ci è tutto scoppiato nelle mani. Dio ci è sempre stato vicino. Anche p. Victor e suor Anatolie, morti per malattia, e gli altri 210 giovani, morti per lo stress della guerra, sono tutti con noi. Una nuova generazione è cresciuta e sta già portando frutti di pace in città e nel paese. Speriamo sia l’inizio di una nuova società civile.

Insomma, è bello sognare insieme la pace. Ci dà la forza di continuare a vivere.



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