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A Bolano, come un’unica grande tribù

Anche questo anno, dal 27 giugno al 2 luglio a Bolano, in provincia di Salerno, si è svolto il campo missionario di formazione e di lavoro. Il titolo era davvero bello: “la speranza non va mai in vacanza”.

La residenza per gli anziani

Durante questa settimana abbiamo riflettuto su molte questioni importanti, tra cui l’affettività, la fragilità, la cittadinanza, la missionarietà. Tra le novità del campo, la più caratteristica è stata la visita alla residenza socio assistenziale per anziani di Calvanico. Nella residenza, abbiamo incontrato molte persone con problemi fisici, ma anche con gravi carenze d’affetto. Alcuni sono stati “scaricati” lì da figli e parenti, perché ritenuti fastidiosi, non più utili, gravosi anche dal punto di vista economico.

Uno di loro, “il Barone”, ci ha raccontato che è ospite della residenza socio assistenziale da quando sua moglie è morta e i suoi otto figli hanno venduto la sua proprietà. Tuttora, “il Barone” non accetta di stare in quel luogo; non accetta di essere stato abbandonato dalle persone per le quali ha fatto sacrifici per sessant’anni della sua vita. Non accetta il fatto di voler ancora bene alle persone che lo hanno rinchiuso lì dentro.

Quest’incontro ci ha fatto comprendere la fragilità che si prova a essere soli, abbandonati dalle persone che amiamo, colpevoli di essere “vecchi” e di pretendere un po’ di riposo, dopo il lavoro di una vita intera.

Una partita speciale

Un altro evento speciale è stata la partita dei preti contro i giovani. Molti sacerdoti si sono cimentati con il pallone, in un contesto dove l’importante non era vincere, ma dare insieme “un calcio alla violenza”. La partita è finita 9 a 8 per i giovani, ma un po’ tutti hanno vinto.

Quella sera abbiamo raccolto 130 euro per contribuire alla costruzione di alcune aule in una scuola della Colombia. Ma abbiamo anche testimoniato l’amore missionario e la politica della non violenza, che ci caratterizza e che deve rappresentare lo stile di vita di ogni giovane.

Il nostro inno di unità

L’inno del nostro campo formativo era la canzone “Unidos - uniti”. Un inno veramente azzeccato, dato che l’unità è stata la nostra guida forte. L’unità è stato il valore senza il quale saremmo crollati; ci ha sostenuto e ci ha fatto proseguire. C’è stata unione nell’organizzazione e cooperazione tra le varie parrocchie del luogo, nell’affetto e nell’aiuto, nella missione da portare avanti. Le parole dell’inno dicevano:

“Uniti possiamo camminare nella fede e raggiungere così la felicità. Uniti possiamo trionfare sul male, abbattere il muro del pregiudizio che ci porta ad avere paura del diverso, a isolare il fragile, a ignorare l’oppresso, a non lottare al fianco del giusto. Uniti possiamo avanzare nella vita che ci riserva ogni giorno una sorpresa o un ostacolo. Uniti possiamo amare come Dio ci ha insegnato, gratuitamente, senza alcuna forma di ricompensa; solo il sorriso della persona a cui stai donando la gioia”.

Ho imparato che...

Grazie a questo campo ho capito tante cose. Ho capito che prima di cercare Dio nelle persone, è proprio lui che mi trova attraverso di loro; che aiutare vuol dire sporcarsi le mani e non restare fermi. Ho capito che in realtà poveri non sono i popoli dove la miseria la fa da padrona, ma siamo noi con la nostra ipocrisia e i nostri egoismi. Ho capito che il vero valore della vita è la semplicità e non le apparenze.

Alla fine del campo di lavoro eravamo diventati una grande famiglia, tutti amici di tutti, consapevoli e soddisfatti di avere prestato servizio ai “ricchi poveri“ del mondo. Eravamo tutti là, come una sola grande tribù: la tribù del campo di lavoro e di formazione missionaria di Bolano.



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