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Un proverbio thailandese dice: “La bellezza è la forza, il sorriso è la spada”. Questo è uno dei tanti detti che ben esprime la ricca saggezza di questo popolo, consapevole della sua tipicità anche nella bellezza femminile. Infatti, la Thailandia è detta “Terra del sorriso” e, specialmente nel volto delle sue donne, sfodera questa sua arma potente, che ritrovo anche nell’evangelizzazione.

Le donne thailandesi, pur avendo avuto riconoscimenti importanti in ambito professionale e politico (sono state le prime ad ottenere il diritto di voto rispetto al Sudest asiatico nel 1932 e con un ministro donna dal 2011 al 2014), subiscono ancora molta discriminazione all’interno del sistema sociale. Purtroppo, possono facilmente diventare vittime di abuso sessuale, di violenza domestica e del traffico di esseri umani. Secondo il buddismo tradizionale (praticato in Thailandia), la donna è collocata un gradino più sotto rispetto all’uomo, e non può, se non rinascendo come uomo e poi diventando monaco, raggiungere il nirvana.

In realtà, nella vita quotidiana e nell’economia familiare, è l’elemento trainante, pur con la sua mitezza, capace di accudire i figli e il lavoro; spesso, infatti, i mariti tendono a passare molto tempo bevendo e giocando d’azzardo. Anche nell’evangelizzazione le donne hanno un ruolo molto importante, perché possono entrare più facilmente nelle case e nell’intimità delle famiglie, possono farsi prossime ai malati e ai bambini con il tipico intuito femminile e materno.

Così, anch’io nei miei anni di missione in Thailandia, ho potuto godere del loro supporto e aiuto, sia nelle baraccopoli delle periferie di Bangkok, sia nei villaggi delle montagne del nord. Ricordo che agli inizi ero un po’ impreparata per addentrarmi nel contesto delle baraccopoli (chiamate slums), non solo per la difficoltà della lingua, ma soprattutto per il contesto di degrado, dove lo spaccio di droga e il gioco d’azzardo trovano terreno fertile. Però, essendo in una parrocchia ben organizzata, gestita dai padri missionari del PIME, noi saveriane abbiamo potuto collaborare in un’equipe già avviata di sole donne, nell’ambito dell’annuncio e in quello dello sviluppo sociale.

Seguendo le nostre collaboratrici locali negli slums, in quelle viuzze strette con baracche di lamiera, tra odori poco gradevoli e cani poco rassicuranti, abbiamo scoperto anche lì l’accoglienza amabile di persone che desideravano un po’ di compagnia e conforto. A volte, si dava un aiuto concreto, a volte semplicemente si dialogava, cercando di comunicare speranza. Con il tempo, abbiamo potuto radunare alcune donne simpatizzanti, tutte buddhiste, per condividere le loro storie di vita, illuminate anche dalla Parola. E a loro abbiamo iniziato a raccontare la storia di Gesù… Mai certi episodi dei Vangeli apparivano così veri in quei luoghi impastati di umanità povera e problematica, dove poter scorgere la buona notizia delle beatitudini.

Attorno alle donne si radunavano spesso bambini e ragazzi, e con questi adolescenti abbiamo avviato un cammino, fatto di giochi e formazione. Così, quando ci vedevano arrivare, anche solo in due (non andavamo mai da sole), riconoscendoci subito, dicevano: “Sta venendo la chiesa!”, facendoci credere nella testimonianza di comunione. Il nome della nostra parrocchia, “Nostra Signora della misericordia”, tracciava già un progetto di apostolato, legato all’incontro dei più piccoli, attraverso lo sguardo materno di Maria. Una di queste donne, con cui collaboravamo, era di religione “cristiana-battista”. Ci sembrava di poter vivere, con semplicità e nella quotidianità, il dialogo ecumenico e interreligioso, con lei e con i numerosi buddhisti che visitavamo. 

Nella mia esperienza nei villaggi del nord, invece, dove eravamo state invitate dal Vescovo a curare le piccole comunità cattoliche sparse sui monti, noi saveriane facevamo più di 100 chilometri per andare a visitare una o poche persone, per una breve catechesi o un sostegno spirituale. Ricordo che una volta alla settimana ci recavamo in un piccolo villaggio, chiamato “Casa della grotta”, da una famiglia dove c’erano soltanto due donne, una mamma e una figlia. Con il duro lavoro nei campi, tiravano su tre bambini: l’unica famiglia cattolica del villaggio che, pur essendo per questo isolata, giudicata e incompresa da parenti e vicini, era rimasta fedele al suo credo, con la semplicità degli umili del Magnificat.

Spesso, uscendo da quella casa, sono rimasta confortata per la loro testimonianza e incoraggiata anche come donna nella nostra missione non sempre gratificante, con i tanti chilometri da percorrere, con i suoi rischi e le poche persone che si incontravano. Maria, donna e Stella dell’evangelizzazione, è colei che per prima illumina il cammino verso la conoscenza e l’accoglienza di Gesù in Thailandia. Con la sua bellezza semplice, insieme al suo sorriso di madre, attira a lui tanti suoi figli e figlie che, incuriositi dalla sua grazia, si avvicinano alla religione cattolica.

Una di loro si è convertita al cattolicesimo proprio attraverso la sua mediazione e, dopo averci conosciute, è entrata nella nostra congregazione, spingendoci ad aprire la formazione in Thailandia. Le sue parole alla nostra Direttrice generale, nel 2013, di fronte alle perplessità non avendo né persone, né strutture pronte per la formazione, mi hanno lasciato fino ad oggi un segno nel cuore: “Se il Signore mi ha guidato fin qui attraverso Maria, e se è la sua volontà, aprirà la strada”.
Il 2 febbraio, Benedetta (questo il suo nome di battesimo) ha emesso i primi voti come missionaria di Maria-saveriana. Il suo affidamento a Dio per aprirle la strada le ha riservato, insieme a tanta gioia, anche numerose sfide, lasciando che la spada dello Spirito (la Parola), trafiggesse pure lei e operasse attraverso di lei.



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