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“Una vita dura, ma eravamo felici"

Riprendiamo la storia della presenza dei saveriani a Udine, dopo la prima “puntata” pubblicata su “Missionari Saveriani” del mese di maggio.

2006 9 FR Dal Forno1Il motivo principale per cui la casa è stata aperta nel 1946 era la cura delle vocazioni missionarie. L’arcivescovo di Udine mons. Nogara, ricevendo l’8 ottobre 1946 i saveriani della comunità che gli rendevano omaggio, porgeva fervidi auguri perché il “nido missionario si sviluppasse accogliendo numerose vocazioni”.

Una giornata ordinaria

I ragazzi rimanevano a Udine tre anni, per compiere gli studi delle medie inferiori. Erano chiamati “apostolini”, cioè piccoli apostoli. La vita era come quella degli altri ragazzi impegnati nello studio. Ma la loro giornata era impostata con momenti particolari che cercavano di far crescere la dimensione cristiana e missionaria di ogni ragazzo.

Appena alzati, partecipavano alla Messa, preceduta dalle preghiere del mattino e da una meditazione sotto la guida dal rettore o del padre spirituale. Dopo la colazione, tutti in classe per seguire le lezioni. Nel pomeriggio c’erano momenti di gioco e di studio. La giornata si concludeva con una breve sosta in chiesa e le preghiere della notte. I ragazzi erano contenti dell’esperienza, anche se la vita a volte era un po’ spartana.

Il ghiaccio nel catino e patate bollite

Anch’io sono stato un “apostolino” di Udine. Tra tanti episodi, per esempio, ricordo che nell’inverno del 1954 per poter lavarci il viso dovevamo spaccare il ghiaccio che si era formato nel catino. Né ho dimenticato tutte quelle volte in cui, per risparmiare, mangiavamo patate al posto del pane.

Oggi, forse, si possono valutare diversamente quei tempi. Eppure, tranne qualche eccezione, eravamo tutti contenti. Ne abbiamo ricevuto conferma anche durante i vari incontri che abbiamo avuto recentemente con coloro che sono stati nostri compagni in quegli anni. Tutti ricordano con gioia i momenti trascorsi con noi missionari, anche se qualcuno talvolta è stato ripreso con metodi non troppo... cristiani.

1967, la festa del Saverio

Si può capire quale fosse il clima di quei tempi, leggendo la cronaca della festa di san Francesco Saverio del 1967.

“Giornata primaverile. Tutto è preparato a festa: corridoi, cortili con bandiere e manifesti. Ore 10,30: Messa solenne con discorso, celebrata dal nuovo vicario generale della diocesi, mons. Ganis. Alla Messa prendono parte anche alcuni parenti dei nostri ragazzi. Oggi è anche domenica. Ore 12,30: pranzo speciale per tutti. Sono nostri ospiti l’onorevole Bersanti, il prof. Burtolo, il sig. Cossio e altri. Dopo pranzo, gare sportive. Ore 16,00: cinema, “800 leghe sull’Amazzonia”. Ore 18,30: arriva S. E. mons. arcivescovo per la solenne concelebrazione. Comunione con l’Ostia e il Vino. Mons. Zaffonato si ferma con noi a cena. Ore 21,00: preghiera e riposo. Tutto è riuscito bene. Deo gratias!”.

La chiusura della scuola

Così, anno dopo anno, gli “apostolini” sono andati sempre aumentando a tal punto che la casa ha dovuto essere ampliata. Nel grande cortile dove giocavamo  - lo chiamavamo “buca”, perché ricavato dal fosso per costruire l’argine che doveva servire per la linea ferroviaria verso Pagnacco - sono stati fatti due ampliamenti in tempi diversi.

Ma la Provvidenza ci ha messo a dura prova. Nel 1975, una volta ultimate tutte le strutture, è iniziata la crisi delle vocazioni. I ragazzi cominciarono a diminuire finché, nel 1992, si è arrivati a chiudere la cosiddetta “scuola apostolica”.

È stata una sofferenza sentita da tutti, non solo da noi missionari, ma anche da tanta gente che ci ha voluto bene e che ci ha accompagnato con tanto amore.



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