La ripartenza per il Ciad
L’anno scorso, al termine di un periodo trascorso in Italia, dicevo che per un missionario, una ripartenza, una nuova missione, una fondazione è sempre stimolante e “motivante”. Come forse alcuni di voi avranno letto, è l’esperienza che sto vivendo attualmente in Ciad.
Si potrà dire che per chi è sempre stato via, che ha già sulle spalle più di trent’anni d’Africa, potrebbe trattarsi di routine. Ma non è così! La novità è novità per tutti…
Eravamo attesi da tempo
“Settembre, andiamo, è tempo di migrare…” recitavamo da piccoli a scuola! E a settembre 2016 è stato proprio tempo di ripartenza, dopo alcuni mesi di aggiornamento e riposo. Terminato il mio compito precedente, ho potuto “staccare la spina” per qualche mese e coltivare la mia passione per la Bibbia.
Con p. Marco Bertoni di Rizzolo (UD) mi sono diretto nella capitale del Ciad, Ndjamena. Là noi saveriani eravamo attesi da lungo tempo, ma essendo pochi non abbiamo potuto andarci prima. In questi ultimi mesi, invece, abbiamo deciso, come congregazione, di lasciare qualche vecchia presenza per poter posizionarci su questo nuovo fronte.
Una città in trasformazione
Si tratta della periferia di una città africana che, potremmo dire, si sta risvegliando da un lungo sonno. Situata alle porte del deserto del Sahara, in un paese scosso da decenni di sconquassi politici, fino a poco tempo fa era un grosso villaggio.
Ora, a causa dello sfruttamento del petrolio, la città si sta trasformando. E quelli che intascano i benefici delle ricchezze del paese, la stanno rimodernando. Così, la città attira sempre di più i giovani delle campagne, rimaste arretrate ed estremamente povere.
In tanti a cercare fortuna
Conosco abbastanza bene le campagne di cui parlo. Dal 2004 al 2008, infatti, ho lavorato a Bongor, cittadina a 150 chilometri più a sud. Ho potuto percorrere in lungo e in largo quelle località, con i villaggi e le piste che si snodano nella savana. Ho dormito e mangiato nelle comunità, sono passato nelle case per visitare i malati e gli anziani. Insomma una “full immersion” che mi ha permesso di toccare, vedere, odorare, misurare.
Adesso si tratta della periferia di Ndjamena, in questi quartieri che vengono su così come possono, pieni zeppi di studenti universitari e di giovani in cerca di fortuna.
Privilegiamo i non cristiani
Cosa facciamo? Siamo chiamati a organizzare le comunità cristiane del posto, così come a pensare un percorso per i giovani che desiderano ricevere una formazione cristiana. Noi saveriani, in particolare, privilegiamo coloro che non sono ancora cristiani.
Vorremmo proporre il vangelo proprio a tutti, anche a chi non ne ha mai sentito parlare. In base ai bisogni e alle situazioni concrete, svolgiamo la missione in modalità diverse.
La formazione dei futuri leader
Occorre, insieme alla gente, darsi da fare per migliorare le loro condizioni di vita; ma anche formare le future leadership: catechisti, responsabili di comunità di base, gruppi e movimenti, animatori dei comitati di “Giustizia e Pace”, comunicatori, presbiteri e amministratori del bene pubblico… Se si vuole moltiplicare le forze e preparare un avvenire in cui molti ciadiani mettano in pratica i valori del vangelo nella società e nella chiesa, questa è la strada.
C’è anche da preparare futuri missionari che possano recarsi in altre parti del mondo per portare la vita nuova del Vangelo. È necessario, infine, far crescere la coscienza del valore delle culture locali, in modo che i giovani si sentano ben identificati e non siano culturalmente sradicati e senza volto.
Più umani e… divini
Sono alcune linee guida che ci orienteranno in questa nuova esperienza missionaria. Evidentemente, non riusciremo a fare tutto, dovremo dare priorità ad alcuni aspetti, in base alle possibilità ed urgenze.
L’importante è che l’energia lanciata nel mondo dalla croce di Gesù Cristo continui a produrre frutti, affinché il suo amore trasformi la realtà, rendendoci sempre più “umani” e, allo stesso tempo, sempre più “divini”.







