La porta stretta della salvezza
LA PAROLA
Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non vi riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete». E allora comincerete a dire: «Abbiamo mangiato e bevuto alla tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Ma egli vi dichiarerà: «Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia! ». Là sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verrano da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e primi che saranno ultimi” (Lc 13,22-30).
Gesù è in cammino verso Gerusalemme. Non è un luogo qualsiasi, scelto a caso. È la città di Davide, conquistata da questo re che la tolse ai gebusei, popolazioni autoctone e pagane, e ne fece la capitale del suo regno. È la città del Tempio, paragonata all’ombelico del mondo. I quattro punti cardinali, citati poi da Gesù, sono determinati da questo centro ideale.
Nella visione dei profeti i goyîm, gli stranieri, ritornano a Gerusalemme perché è lei a dare origine, in una visione capovolta, alle genti, ai pagani: “Tutti i popoli sono nati in essa”, recita il Salmo 87. Gerusalemme sarà anche la città della morte e della risurrezione di Gesù e verso questa meta vi si dirige con decisione e sgomento. Ciò che lì sta per accadere sarà una evento di salvezza ma anche di giudizio.
Per spiegare questo contrasto, Gesù ricorre ad alcune metafore. Anzittutto quella della porta stretta che è necessario varcare per incontrare il Signore. Nelle antiche città al calare la notte si chiudeva il portone principale e si lasciava aperta una porticina laterale per i ritardatari. Quando anche quella veniva sbarrata non vi era più modo di entrare. La via proposta da Gesù troverà l’opposizione soprattutto della classe religiosa dirigente, tanto che lo metterà a morte. Accogliere la sua via equivale passare per la porta laterale ancora aperta. Essa non è stretta per rendere complicato il passaggio, è stretta perché accogliere le esigenze dell’insegnamento di Gesù richiede una lotta sia contro il proprio egoismo, sia contro le forze esterne, politiche e religiose, che faranno di tutto per impedirlo.
Né varrà avere avuto un’esperienza diretta di Gesù per ottenere una garanzia di salvezza. Avere fisicamente mangiato con lui e avere ascoltato le sue parole non conta nulla, se quell’atto non è stato vissuto come preannuncio, primizia e simbolo della mensa del regno di Dio. Persino agli ultimi, essendo fisicamente lontani, che non hanno visto, è concesso di diventare primi nel regno. Verranno da settentrione, meridione, oriente e occidente, cioè riconosceranno, ovunque si trovino, che Gesù è morto e risorto nella Gerusalemme geografica per aprire, potenzialmente a tutti, le porte della Gerusalemme nuova scesa dal cielo (cf. Ap 21-22).
Il giudizio non è sulla storia della salvezza, né su quella del popolo di Israele, ma sui contemporanei di Gesù. I patriarchi e i profeti sono già nel regno, ciò non è scontato per la sua generazione né per noi che abbiamo ascoltato la sua predicazione e abbiamo partecipato al culto o ai sacramenti. La differenza fondamentale non è tra gli ebrei e i gentili, ma tra chi ha accolto la via della giustizia del regno, tra chi ha obbedito o no ai comandi del Signore.
La fede non fa accadere miracolosamente le cose, né le rende facili. La fede esige lotta, a volte fino al sangue. Finché siamo vivi la porticina laterale è ancora aperta. Una volta chiusa, però, si è dentro o fuori per sempre.







