La poesia in tempo di pandemia
Il tempo sospeso del Coronavirus (e chissà quando leggerete queste righe che tempo sarà) ha ispirato molto il nostro p. Gesuino Piredda. Infatti, ha composto due poesie in pochi giorni traendo spunto dal luogo in cui vive.
La prima si intitola “Il silenzio”. Nei giorni di pandemia, a Brescia regnava un “silenzio” mai sentito prima. P. Gesuino lo ha captato dallo splendido complesso di San Cristo, diventato quasi un’oasi in tempo di contagio. In particolare, p. Gesuino è il custode dell’orto sopra il Teatro Romano. Da lì, s’è messo in ascolto di una città colpita a morte, tra case, vicoli e corsie degli ospedali cittadini. Mentre le sirene delle ambulanze si facevano largo in questa inedita quiete. Ecco, come tutto questo è stato tradotto in parole.
L’avevo già sperimentato il silenzio,
all’Eremo di Camaldoli, chiuso nelle vetuste celle o nell’orto retrostante circondato da alte mura quasi a voler salvare l’Eremo da contagi esterni.
Silenzio sovrumano,
trattenevo il respiro come in apnea
per non turbare quel profumo di stelle,
quella quiete che orientava lo sguardo
verso l’immenso, azzurro cielo.
Ora è ancora silenzio,
contemplo dall’alto la città ammutolita,
immobile come le colonne del foro.
Silenzio surreale, inquietante,
rotto solo dal sibilo delle sirene in corsa per l’ospedale,
sibilo di morte che stritola il cuore.
Silenzio sì,
ma con lo sguardo chino a terra sulla città,
alla ricerca delle stanze del dolore,
dove si piange un congiunto che la morte ha rapito,
svanito nel nulla.
Silenzio
Ti penetra nelle più intime fibre del corpo,
stanco, abbandonato, impotente
a qualsiasi moto di luce, di speranza.
Silenzio
Ti avvolge come un ruvido manto
il mostro invisibile che avanza in danza di morte,
baldanzoso, senza pietà, alla ricerca di nuove prede.
Silenzio… tragico,
che toglie ogni parola, ogni sguardo,
che ti abbandona lungo un corridoio d’ospedale
come oggetto dimenticato.
No, non è questo il silenzio che amo,
ma il silenzio che porta verso il cielo, verso l’eterno.
Quando ancora gusterò questo inebriante silenzio
che ti parla di cielo, di amore, di speranza?
Quando ancora sentirò, se lo sentirò,
il rumore vivo della città, il vociare delle folle per le vie?
Nel chiostro adiacente alla chiesa di San Cristo, è appeso uno strano crocifisso, opera di un artista cremonese, che ne ha fatto dono ai saveriani. L’immagine ha ispirato p. Gesuino per la seconda poesia (Il Crocifisso) che è quasi una preghiera.
Nell’ombra tenue dell’arcata,
aperte tieni le braccia
nel tuo eterno mistero d’amore.
Bello non sembri agli esteti dell’arte
ma rivivon nel tuo volto da indio,
stravolto dalla morte,
gli oppressi,
tutti gli oppressi del mondo,
e le gambe rattrappite
richiaman le lotte infinite
dei senza terra.
Dirti vorremmo,
fratello che t’immoli,
il tormento che a volte
avvolge la mente
percorsa da strali.
Tu che ancor soffri
per liberare l’uomo dalla morte,
ricomponi il tumulto scomposto
dell’anima, rendi feconda la nostra solitudine
e dona ai tuoi figli
l’intelligenza del cuore
sì che sgombra sia la mente
dalle ombre della notte.







