La pace nella ''casa della parola'', Bilancio - Mostra Sahel
La mostra missionaria 2009 dei saveriani di Brescia, intitolata "Sahel: piste nella sabbia, cammino di pace" e allestita a San Cristo, si è chiusa il primo febbraio scorso dopo tre mesi dall'apertura. Ci fa piacere condividere con voi alcune considerazioni.
Un po' di disorientamento
Il Sahel, terra lunga come la sua sete e la sua fame, è un mondo difficile da definire e descrivere in poche righe, tanta è la varietà di usi, costumi, espressioni artistiche, linguaggi e credenze. Non può essere diversamente, se pensiamo che vi abitano ben sessanta etnie distribuite su un territorio che attraversa nove stati dell'Africa sub-sahariana.
È una terra che con la sua storia, le sue situazioni estreme e i suoi problemi cronici, ti entra dentro in punta di piedi secondo la "leggerezza" propria delle popolazioni che lì vivono. Alla fine non puoi che rimanere in rispettoso silenzio.
Tra rammarico e soddisfazione
Peccato ci sia stato un calo di visitatori, rispetto alla mostra sulla Cina dello scorso anno: il 26 per cento in meno, solo in riferimento alle scuole. In particolare, vi è stata una diminuzione delle visite da parte degli alunni delle scuole della provincia. Probabilmente la flessione è stata determinata anche da problemi contingenti, interni alle scuole, o alla minore disponibilità di fondi a scopo "culturale". Come negli anni precedenti, poi, sono state pressoché assenti le scuole non statali: quelle "cattoliche", per intenderci!
Non era una mostra facile. Ma l'attenzione e la partecipazione catturate agli alunni - cosa oggi sempre più difficile -, soprattutto della scuola primaria, sono state il termometro della sua riuscita. Partire dagli oggetti etnografici esposti per giungere a presentare la dura realtà del Sahel con le sue sfide da affrontare (educazione e salute, cibo e siccità), richiedeva attenzione e apertura d'animo.
Certamente l'arte africana, attraverso gli oggetti esposti, ha facilitato il compito di spiegare alla nostra gente "i valori di base della cultura, il simbolismo e la realtà delle attività rituali".
Un progetto importante
La mostra aveva anche la finalità di sostenere il progetto "Dudal Jam", promosso da "Cem Mondialità", il movimento educativo dei saveriani in Italia, con sede a Brescia. Il progetto in Burkina Faso è stato voluto dal vescovo cattolico, dal grande imam musulmano e dall'associazione avviata dal missionario Lucien Bidaud, proprio a Dori in pieno Sahel, per far fronte alla grave carestia degli anni settanta.
"Dudal Jam" significa "scuola di pace". Vuole intensificare la disponibilità della gente del posto a stare insieme, a confrontarsi, a collaborare e a condividere, al di là delle differenze etniche e religiose. La struttura stessa della mostra ha cercato di dimostrare ai visitatori - giovani e adulti - l'importanza dell'esercizio della pace, per non trasformare il nostro mondo in deserti di sabbia.
Il senso della collaborazione
Di conseguenza, nel "percorso didattico", è stata evidenziata la capacità antica di scambio e convivenza tra pastori e agricoltori, la tenacia nell'affrontare le situazioni di vita, il dialogo aperto e sereno che avviene nella "casa della parola" dei villaggi dogon, il legame profondo alla propria storia e alle proprie tradizioni, l'armonia che può nascere da una convivenza pacifica e solidale.
In particolare, i ragazzi che hanno partecipato al laboratorio di costruzione del villaggio hanno potuto sperimentare il senso della collaborazione, attraverso un autentico apprendimento di gruppo.
Tutti dovremmo far tesoro dell'invito contenuto in un proverbio dell'etnia mossi:
"Le formiche dissero: mettiamoci insieme e riusciremo a trasportare un elefante".








