La nona di p. Girolamo Pistoni, Intervista
Padre Girolamo Pistoni, saveriano bresciano e missionario in Sierra Leone, è ripartito per l'Africa dopo un breve periodo di riposo. Per lui è stata la nona partenza, a cominciare dal 1992. Lo abbiamo intervistato.
Come sono queste partenze?
Tranquille, perché ormai conosco bene la gente, l'ambiente, la lingua. Fatta eccezione del periodo di guerra, so già a cosa vado incontro, cosa mi aspetta. È anche come tornare a casa...
E la prima partenza?
Risale al 1992. Sull'aereo mi sono trovato con p. Bepi Berton, che non conoscevo. Era seduto proprio vicino a me, abbiamo cominciato a parlare e dopo un po' abbiamo scoperto che eravamo saveriani entrambi.
Come è stato l'impatto con la Sierra Leone?
Ricordo che faceva un gran caldo e c'era umidità. C'era anche confusione, probabilmente perchè era nell'aria un colpo di Stato. Con la gente l'impatto è stato positivo fin dall'inizio: tutti sono sempre stati molto accoglienti; con noi missionari, appena arrivati, avevano molta pazienza e ci aiutavano.
La tragica lunga guerra...
La guerra è cominciata nel 1991 ed è durata dieci anni! Tra le conseguenze drammatiche, anche quella dei bambini-soldato. Ora, per fortuna, sembra che tutti siano stati assorbiti di nuovo dalla società. C'era la paura che ci fossero vendette, ma forse la gente era stanca di guerre e di sangue... Questi ragazzi hanno ripreso la scuola o hanno seguito dei corsi per imparare un lavoro.
Hai vissuto anche una brutta esperienza!
Il 12 gennaio del 1999 siamo stati sequestrati a Freetown. Eravamo rimasti in cinque nella casa saveriana della capitale. È arrivato un gruppo di ribelli che per nove giorni ci ha tenuto prigionieri in città, muovendoci da un posto all'altro. Poi il decimo giorno... Eravamo cinque saveriani, sei suore di madre Teresa di Calcutta, una quindicina di indiani operai in una fabbrica. Forse per reazione al governo, che invece di negoziare con i ribelli li combatteva, uno di loro ha cominciato a sparare. Mi ha spinto fuori dal gruppo e mi ha puntato la pistola al cuore e ha sparato.
Mi sono salvato perché ho messo le mani avanti e probabilmente lui, di fronte alla mia reazione, ha mosso un po' la pistola e la pallottola, invece di passare attraverso il cuore, ha bucato il polmone nella parte periferica. Ho fatto finta di essere morto, e poi sono scappato. Dopo la fuga rocambolesca dal Paese, sono rimasto per due mesi ricoverato all'ospedale Gemelli di Roma.
Dove lavori adesso e cosa fai?
Da dieci anni sono in una missione nel nord del Paese. Mi occupo del lavoro pastorale, con i gruppi da seguire. La mattina vado spesso in una scuola superiore che ha oltre duemila studenti; lì ho anche un ufficio. Organizzo il catecumenato, celebriamo la Messa una volta la settimana e poi giro per le classi a parlare. Così gli studenti mi conoscono e io conosco almeno le loro facce...
Che linea segui con i ragazzi?
Cerco di trasmettere i valori fondamentali della fede cristiana, che valgono anche per coloro che non sono cristiani. L'obiettivo è la formazione dei giovani, senza dimenticare ciò che è indispensabile per poter vivere insieme: il rispetto degli altri e dei loro sentimenti religiosi. Ho notato che nei giovani c'è questa sensibilità.
Come si comporta la gente?
Nella gente ho trovato collaborazione e disponibilità ad aiutare. È anche la ragione per cui sono tornato in Sierra Leone dopo la guerra. Avevo il ricordo della gente disposta a collaborare, a considerarci come parte della loro famiglia, anche se siamo stranieri. Un altro aspetto è la crescita dei catechisti, che svolgono il lavoro che noi missionari non riusciamo a fare; in pratica, nei villaggi sono loro i parroci!
La decima partenza?
Senz'altro, ci rivedremo fra tre anni..., a Dio piacendo!








