La missione non è un lifting
Un'operazione di cuore e di mente
Al convegno ecclesiale di Palermo ( novembre 1995 ), Giovanni Paolo II aveva lanciato, con grande coraggio, una sfida: “Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell'esistente, ma della missione. È il tempo di proporre, di nuovo e prima di tutto, Gesù Cristo, il centro del vangelo. Ci spingono a ciò l'amore indiviso di Dio e dei fratelli, la passione per la verità, la simpatia e la solidarietà verso ogni persona che cerca Dio e che, comunque, è cercata da Lui”.
Ci son voluti dieci anni di riflessioni e di dibattiti, in tre assemblee generali dei vescovi italiani (Roma, maggio ‘03; Assisi, novembre ‘03; Roma, maggio ‘04), perché l'appello del Papa alla chiesa in Italia ricevesse una risposta pastorale articolata: “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, pubblicato a Pentecoste di quest'anno.
Nel frattempo, la lettera alle comunità cristiane per un rinnovato impegno missionario, dal titolo “L'amore di Cristo ci sospinge” (aprile 1999) e gli orientamenti pastorali della Cei per il decennio 2001-2010, definiti in “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia” (giugno 2001), hanno richiamato che non si tratta di aggiungere un capitolo a parte o in più , ma di rinnovare tutti i capitoli della pastorale, in modo che diventino missionari, una volta per sempre. Solo questa è vera conversione alla missione. I vescovi tuttavia ammettono che la svolta missionaria della chiesa in Italia resta ancora “un capitolo sostanzialmente inedito”.
È dunque ora di cominciare a scrivere. Per scrivere, bisogna vivere. Perché la missione la racconta e la scrive solo chi la vive. Altrimenti è una maschera o un esercizio sterile.
La missione deve diventare prassi della chiesa, della parrocchia, del sacerdote, del religioso, del laico cristiano in Italia. E non si tratta solo di una questione di “ volto ” missionario. Il tempo passa; i lineamenti cambiano - lo sperimentiamo tutti. Ma la missione non è un'operazione di facciata, un restauro, un lifting estetico. La missione alle genti è prima di tutto operazione di cuore e di mente, di passione e convinzione, di dedizione e vita. Il volto è una configurazione posteriore, che si adegua al cuore e alla mente, senza doversene preoccupare più di tanto.
I vescovi sembrano esserne consapevoli e parlano chiaro, “come un libro stampato”:
“È finito il tempo della parrocchia autosufficiente e autonoma, che si limita alla cura pastorale dei credenti; la parrocchia deve fuggire la tentazione di chiudersi in se stessa; deve incrociare lo sguardo spesso distratto degli uomini e delle donne d'oggi…”.
“È finito il tempo del parroco che pensa il suo ministero in modo isolato; il parroco deve aprirsi alle attese di non credenti e di cristiani della soglia; non è possibile essere parrocchia missionaria da soli…”.
“Non si può oggi pensare una parrocchia che dimentichi di ancorare ogni rinnovamento, personale e comunitario, alla lettura della Bibbia…”.
Cos'è allora la parrocchia? “È la chiesa che si fa carico degli abitanti di tutto il territorio, sentendosi mandata a tutti, per tessere rapporti diretti con tutti. La porta di accesso al vangelo per tutti, punto di partenza per percorsi più esigenti”.
E allora… “Damose da fa'”, dice ancora il Papa. Diamoci da fare, tutti insieme.








