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P. Enzo Valoti lo scorso anno era arrivato dal Bangladesh per le sue vacanze quando, come lui stesso racconta, dopo una visita medica di routine, è stato trattenuto in ospedale a Parma per un delicato intervento chirurgico. Ci siamo conosciuti all’Istituto Saveriano di Cremona nel 1967. Abbiamo vissuto gli anni delle superiori tra Cremona e Tavernerio (CO) e poi a Parma per la Teologia. P. Enzo è un bel tipo, laborioso, studioso, dalla gioviale ironia. A Parma, ognuno di noi aveva una mansione. Lui era l’idraulico della comunità. Ordinato nel 1977, è partito subito per Bangladesh dove ancora oggi lavora. È stato nominato due volte Superiore Regionale. Vi offriamo la sua riflessione che certamente aiuterà anche noi a comprendere l’essenziale della vita. p. Fiorenzo Raffaini, sx

Improvvisamente, un’operazione a cuore aperto con l’impianto di 3 bypass mi ha portato alla sospensione temporanea delle attività missionarie e mi ha invitato a pensare alla missione da una situazione di debolezza.

Mi è venuto in mente quanto avevo sentito da un vecchio missionario (e che a quel tempo non capivo) quando, tornato in Italia dal Bangladesh con il morbo di Parkinson, diceva che solo in quella situazione si sentiva missionario fino in fondo. E ancora ricordo le parole di S. Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: “È quando sono debole che sono forte” (2 Cor 12, 10). Oggi, dopo l’esperienza fatta, mi sembra di capire di più il significato della missione nella debolezza. Quando le forze fisiche calano, la malattia irrompe con forza e il distacco da un certo tipo di vita attiva fa soffrire, allora è più facile ricordarsi di Dio, riconoscere che Lui, attraverso il suo Spirito, è l’artefice della missione… E confidare su se stessi non vale la pena.

Quando tutto va bene, si è giovani e la salute regge si fanno progetti, si chiedono aiuti, si è sempre impegnati a pensare a ciò che si può fare di più per il bene della gente. Ci si dimentica però che Gesù è il Salvatore vero. E noi, con la nostra potenza nel fare del bene, sbagliamo se vogliamo sostituirci a Lui, rinunciando perfino a testimoniarlo e ad annunciarlo. Poi, però, ci accorgiamo che tante volte le cose non vanno come ci aspetteremmo. Non capiamo bene ciò che la gente desidera e di cui ha più bisogno. A volte, sperimentiamo la delusione per i fallimenti delle nostre attività e per la mancanza di riconoscenza nei nostri confronti. E allora, si può perdere anche la voglia di continuare a voler bene alla gente e a lavorare per loro.

In queste situazioni, si capisce che essere missionari deve essere prima di tutto una disposizione dello spirito. Riguarda ciò che si è e solo dopo quello che si fa. Anche Gesù, del resto, ad un certo punto ha smesso di fare miracoli, di sfamare la gente e ha offerto se stesso sulla Croce per il bene dell’umanità. È nella debolezza che questo atteggiamento di fondo emerge. L’essere semplicemente disposti a sacrificarsi è ciò che sostiene non solo il lavoro nelle missioni senza aspettarsi niente, ma anche a trovare un senso dell’essere missionari.

La debolezza che deriva dalla malattia, dal non poter più lavorare, soprattutto ad una certa età, non è quindi un ostacolo all’essere missionari. Essendo umani e non robot, in un certo senso si devono riconoscere anche i diritti della vecchiaia o della malattia, insieme ai diritti della salute. Ma senza pensare che l’identità missionaria venga compromessa. Nel contribuire a realizzare il piano di Dio, che vuole la salvezza di tutti, a fianco dell’attività missionaria propriamente detta ci deve essere anche la disposizione interiore dell’essere pronti ad offrire se stessi così come si è, a sacrificarsi per Lui. E questo è proprio nella debolezza che si può capire e vivere di più.



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