La missione mi rinnova ogni giorno
La missione nella mia vita è sempre stata qualcosa di arricchente e sorprendente, nel senso di imprevedibile, mutevole, affascinante. La missione si rinnova ogni giorno, mi rinnova ogni giorno e diventa sempre più una ricchezza che sto costruendo e ricevendo, e che sono invitato a condividere in Brasile, dove vivo e lavoro da tanti anni.
Ciò che va bene in Brasile, magari non andrà bene in Bangladesh o in Sierra Leone e viceversa. Ma quando vengo in Italia in vacanza (e l’anno scorso è stato bello visitare molte parrocchie di Cremona), cerco sempre di raccontare quello che vedo e quello che sta succedendo nella mia missione brasiliana.
Dare valore alle cose semplici e concrete
Forse il bello della missione sta proprio nel fatto di esserci, di dare e di darsi senza esigere.
La missione non può essere solo contenuto, solo dire il vangelo. La missione è anche metodo e cammino, inculturazione e incarnazione; è avvicinarsi alle persone; è messaggio di speranza che trasforma tutto e illumina tutto.
Essere missionario per me significa costruire amicizie con le persone, creare ponti, aprirsi a una cultura, capire le domande e i bisogni delle persone, camminare con loro per unire, aggregare, ascoltare, simpatizzare, accogliere, promuovere e annunciare. E tutto con semplicità, dando molto valore alle cose semplici, concrete, insolite.
Da Cremona a Fabriciano
Vivo da 15 anni in Brasile (dopo aver lavorato per sette anni in Italia) e sono originario della parrocchia di San Bernardo in Cremona. Quando penso alla mia missione, sento forte l’esigenza non solo di fare la missione che amo, ma anche di amare la missione che faccio: come animatore vocazionale tra i giovani, mi piace pensare che posso aiutare nel discernere, nell’accompagnare, nel far crescere le vocazioni del clero locale, dei religiosi e dei missionari nel mondo.
Attualmente, sto vivendo la mia missione in una parrocchia di circa 40mila abitanti, nella periferia della città di Fabriciano, in Minas Gerais. È una città che negli anni ‘70 aveva circa 20mila abitanti e adesso ne fa più di 120mila.
Tanti segni di speranza
Ringrazio il Signore per i segni di speranza presenti nella mia missione. Per esempio, la nostra parrocchia di San Francesco Saverio è composta da 19 comunità cristiane. Ci sono molti ministri della Parola che, quando il sacerdote non può andare nelle comunità, si incaricano di guidare la celebrazione della Parola. Molti di questi sono anche ministri dell’Eucaristia, e distribuiscono ogni settimana la comunione ai malati.
Sei giovani della nostra parrocchia sono seminaristi (non saveriani) e si stanno preparando al sacerdozio. Ci sono circa 3mila cristiani che tutti i mesi aiutano economicamente la parrocchia: è come un’auto tassazione che loro s’impegnano a versare per la chiesa.
Sono loro stessi a dirmi: “Padre Gabriel, perché non facciamo una festa, una condivisione, un’iniziativa? Proviamo ad aggregare persone, possiamo farcela, aiutaci, cammina con noi... Vedrai che i miracoli della condivisione e del bene comune possono realizzarsi anche qui”.
Mi piacerebbe che i giovani cremonesi…
Nel territorio della parrocchia abbiamo anche un monastero di clausura in cui celebriamo la santa Messa a turno tre giorni la settimana: sono nove suore che con la loro consacrazione e la loro testimonianza di vita ci insegnano che il vero missionario è santo, contemplativo e servo.
Quanto mi piacerebbe che adolescenti e giovani cremonesi, leggendo queste testimonianze di vita nelle periferie del mondo, andassero dal proprio sacerdote chiedendo:
“Don, cosa devo fare per diventare missionario?”.







