La grande forza del Vangelo
Parlando della mia esperienza missionaria, innanzitutto mi viene in mente la gioia di scoprire che il Signore è all’opera nello scorrere delle vicende della vita del popolo a cui siamo inviati.
Abito in un villaggio della periferia di Douala, una delle più vivaci e popolate città del Camerun. Da poco più di tre anni, assieme a tre consorelle e ai missionari saveriani, accompagniamo la crescita delle comunità cristiane che, giorno dopo giorno, affollano una zona fino a pochi anni fa solo di foresta. Viviamo tra la gente; cerchiamo di intrecciare nel quotidiano relazioni cordiali e fraterne con tutti. Con l’aiuto di alcuni collaboratori, mi occupo degli ammalati e delle famiglie in difficoltà.
Visitando i quartieri del villaggio, ho potuto fare conoscenza con Taddeo, giovane papà che trascorre le sue giornate coricato su un materasso, disteso sul pavimento all’entrata della sua abitazione. Da oltre undici anni, papà Taddeo vive in questa condizione. Mentre tornava a casa dal lavoro, un camionista lo ha investito, travolgendolo con la moto e colpendolo in modo grave. Ha passato in ospedale lunghi mesi, sottoposto a interventi e a dolorose terapie, nella speranza di un recupero, ma nessuno ha potuto più rimetterlo in piedi. Riesce a fatica a muovere la testa e fa qualche lento movimento con le braccia.
Sua moglie, lo ha assistito notte e giorno. Poi, dopo un anno, non ce l’ha fatta più a sopportare quel calvario. Se n’è tornata al villaggio dai suoi, lasciando il marito con i cinque bambini, oltre a una nipotina rimasta orfana. Da quel giorno papà Taddeo è accudito dalle sue due figlie maggiori, con tanta dedizione e premura. I vicini e altre persone caritatevoli provvedono alle necessità della famiglia.
È commovente ascoltare papà Taddeo raccontare la sua storia, cogliere sul suo volto un sorriso di pace. Non nutre rancore per il torto subito. Anzi, a chi accenna una critica sul comportamento della moglie, chiede di pregare per lei.
La fiducia incondizionata nell’amore di Dio non dà soltanto sollievo al suo prolungato soffrire, ma lo rende apostolo convinto della sua misericordia e del suo perdono. In uno dei nostri recenti colloqui mi ha confidato: “Prima dell’incidente, mi sentivo come un leone, facevo tante cose da mattino a sera. Credevo che tutto dipendesse da me. Da quando mi trovo bloccato qui, vedo in modo diverso me stesso e gli altri. Quando al mattino vedo la luce del nuovo giorno sento che ogni istante è un regalo di Dio. Oggi la mia principale responsabilità è accogliere questa vita così com’è: amando, perdonando e servendo”.
Davanti a tutto ciò, sgorga dal cuore uno stupore colmo di gratitudine nel poter riconoscere la forza del Vangelo, capace di trasformare la vita di chi Lo accoglie. Vado sempre più convincendomi che ciò che dà senso e pienezza al nostro essere missionari tra le genti, non è tanto ciò che riusciamo a dire o a fare nel suo Nome, quanto piuttosto riconoscere le tracce del suo Amore, fatto carne nel volto dei fratelli e delle sorelle che incontriamo.







