La grande festa del raccolto
Da una ventina d’anni abbiamo aggiunto al nostro calendario liturgico “la festa del raccolto”, un esempio concreto e veramente riuscito di inculturazione del messaggio cristiano.
Siamo in una zona rurale, in cui l’agricoltura e l’allevamento costituiscono l’attività principale del 99% degli abitanti. Anche i funzionari statali, i maestri, gli infermieri… durante la stagione delle piogge si trasformano in contadini e prendono in mano la zappa.
Il ciclo annuale della vita
In queste culture al nord del Camerun e del Ciad la festa del raccolto è l’evento più importante dell’anno, il momento in cui la società si ricrea e si rimette a posto. Sono infatti culture in cui il ciclo tradizionale di vita è annuale: il tempo di riempire e svuotare il granaio. Al di là, niente era sicuro.
Il granaio al centro del cortile è come una grande clessidra che indica il passare del tempo: si riempie a fine settembre e man mano si svuota. Il clima bizzarro e imprevedibile fa spesso seguire, ad annate di abbondanza, annate di magra; e a volte di vera carestia. Perciò quando, alla fine della stagione delle piogge, il granaio è pieno, è un nuovo anno che comincia, come una nuova creazione: la festa del raccolto e la festa del nuovo anno spesso coincidono.
Per esempio, la popolazione gizey, presso la quale lavoro attualmente, celebra la festa del raccolto “krofta” alla luna di novembre-dicembre. La festa, organizzata dal loro re sacro, il “mul mi dimaara”, è l’occasione per rendere grazie a “Lawna”, il dio del cielo, che facendo cadere la sua pioggia, equiparata al seme maschile, feconda la terra nutrice, dando prosperità agli abitanti.
Il ricordo degli antenati
Questa è pure l’occasione per ricordare gli antenati, che hanno trasformato la terra da savana inabitata e selvaggia (fulla), in terra coltivata e fertile (nigita).
La festa del nuovo anno, invece, si svolge alla luna di febbraio e richiama una folla enorme che per due giorni danza nello spazio sacro davanti alla capanna del capo. Se la festa del raccolto è essenzialmente festa dei primi abitanti della terra, la seconda festa - quella del nuovo anno - è invece di “proprietà” dei discendenti di un gruppo arrivato successivamente.
Infatti, narrano i miti della tribù, su questa terra un tempo vivevano soltanto due piccoli gruppi: i bongor e i volmey. I Bongor vivevano in buche scavate nella terra, sulle cui entrate, la notte, posavano un coperchio di terracotta. I Volmey erano responsabili della festa annuale di Nulda; mentre i Bongor, come ancora oggi, erano responsabili della festa del raccolto di novembre.
Il mito dell’uomo a cavallo
Venne dal Ciad un giorno un cacciatore, Marsu, che inseguiva un’antilope a cavallo. La uccise proprio lì, vicino a Bongor, e andò verso di lui per chiedere acqua per sé e per il suo cavallo. Bongor, che non conosceva il cavallo, aveva paura e disse: “La tua bestia dal muso allungato mi morderà!”. Poi però indicò il lago lì vicino, pieno d’acqua. Marsu, dopo essersi dissetato, tagliò la testa dell’antilope per portarsela via e regalò il resto della carne ai bongor e ai volmey.
Poi tornò nel suo paese e annunciò di aver trovato una terra buona da abitare, dove sarebbe andato a installarsi. Prese dunque con sé la sua famiglia e andò a installarsi in quella nuova terra. Qui i suoi discendenti si moltiplicarono e diedero origine ai numerosi villaggi di oggi, facendo quasi scomparire la savana, rimpiazzata da una serie ininterrotta di campi coltivati.
Alla festa del raccolto, quindi, si celebra questa duplice memoria: delle divinità e degli antenati.
La Provvidenza e la previdenza
Noi cristiani, pur partecipando alle feste tradizionali, organizziamo un momento particolare di preghiera cristiana con una Messa solenne che, come importanza e partecipazione, viene solo dopo le grandi feste di Pasqua, Pentecoste e Natale. In questa occasione ogni cristiano o catecumeno porta all’offertorio le primizie dei suoi campi, soprattutto sorgo e miglio, ma anche arachidi, mais, zucche, patate dolci… Queste offerte sono poi vendute e con il ricavato si fa vivere la parrocchia.
Per me è sempre una cerimonia densa di richiami e di emozioni. Anche noi ci sentiamo parte di un universo in cui, senza la pioggia e la terra, siamo impotenti a trovare cibo per la nostra vita. Come dicono gli anziani: “Noi possiamo seminare e zappare, ma se Dio non ci dà il sole e la pioggia non raccoglieremo niente”. Anche noi ricordiamo gli antenati e recitiamo il mito, per non dimenticare che ciò che siamo lo dobbiamo a chi ci ha preceduto.
Quest’anno poi la festa è stata particolarmente festosa, perché i raccolti sono stati abbondanti, oltre ogni aspettativa, mentre lo scorso anno erano stati molto scarsi. È anche l’occasione per ricordarci che…
... da un anno all’altro non c’è sicurezza: se quest’anno abbiamo tanto, non sprechiamo; pensiamo a conservare qualcosa, nel caso il prossimo anno ci sia poco. Saggezza della vita!
La Messa è stata lunga, più del solito, ma nessuno si è stancato. Abbiamo cantato, danzato, pregato per quasi tre ore, e alla fine, usciti di chiesa, ci aspettavano le giare piene di fresca birra di sorgo, dolce e poco alcolica, che ci ha fatto recuperare il sudore perduto.








