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Intervista a mons. Cesare Mazzolari

Abbiamo ricevuto la gradita visita di mons. Cesare Mazzolari, missionario comboniano di Brescia, vescovo della diocesi di Rumbek in Sudan dal 1999. Era a Genova per un incontro con amici, attenti alla difficile situazione del Sudan. Gli abbiamo fatto alcune domande, per capire la sorte di questo grande paese africano, dove il conflitto interno va avanti da molti anni.

Com’è la situazione in Sudan?

Nel sud del Sudan, dove si trova Rumbek, si è combattuta una guerra civile che, tra scontri e malattie, in vent’anni ha fatto dai due ai tre milioni di morti. Oggi posso ancora predicare il vangelo, perché vivo in un territorio controllato dallo Spla, “Armata di liberazione del popolo sudanese”, comandata da John Garang, un ribelle di religione protestante che lotta contro il governo islamico di Khartoum.

È vero che i cristiani sono convertiti all’Islam?

Sì, purtroppo. Almeno tre milioni si sono trasferiti al nord, spinti dalla fame, e hanno dovuto pronunciare la shahada, la professione pubblica di fede, per avere un lavoro. I convertiti vengono marchiati a fuoco. Li timbrano su un fianco, come le mucche, per distinguerli dagli infedeli.

E la gente come vive?

I sudanesi vivono un martirio quotidiano che rimane escluso dall’informazione nei giornali occidentali. Subiscono le ingiustizie e le malattie senza astio, ma da loro c’è solo da imparare. Battono il tamburo e danzano anche se hanno la pancia vuota. Gli occidentali sono umanamente molto più poveri di loro.

Cosa vuol dire?

Tante persone ogni giorno vengono a chiedermi cibo e non lo trovano. Queste sono le vere vittime del ricco sistema occidentale, che spreca e lascia morire di fame. E mentre muoiono si sentono dire dal loro vescovo: “Il Signore ti vuole bene”. Allora, con l’ultimo fiato che hanno in corpo, sussurrano: “Dì al Signore che siamo stati puniti abbastanza”.

C’è dialogo tra le religioni?

Quando sono in gioco gli interessi, i potenti e gli economisti occidentali dicono di essere pronti al dialogo. Che credono in Dio, l’hanno scritto solo sulle loro banconote; in realtà credono più nel verde del dollaro.

Potrà mai esserci pace?

Il rispetto tra le popolazioni e le culture in Sudan verrà dopo che ci saremo conosciuti. Oggi condividiamo solo la terra che calpestiamo.

Il petrolio è c’entra qualcosa?

Nessuno vuole la pace del Sudan; tutti vogliono il suo petrolio. Ci sono 1.500 chilometri di oleodotto da Rumbek a Khartoum. Ha cominciato la Chevron nel ‘78 a venirsi a prendere le nostre riserve. Poi sono arrivati tutti gli altri. Oggi il 42% del greggio ce lo rubano i cinesi, che lo fanno estrarre a un piccolo esercito di 25mila uomini tra mercenari ed ex galeotti. Il 24% lo porta via la Malesia. Al Canada è subentrata l’India.

Perché è diventato missionario?

Forse perché vedevo mio padre, un ortolano, portare la minestra ai carcerati. Fin da bambino, non ho mai pensato di fare altro. A 8 anni ero chierichetto nel santuario del Sacro Cuore a Brescia, diretto dai comboniani. A 9 sono andato a visitare il loro seminario di Crema. A 10 ho deciso di entrarci.

Ha paura?

Non farei il missionario se avessi paura. Con la paura non si sopravvive. Quando mi accorgo che un mio sacerdote ha paura, lo tiro via dalla missione. La paura è una malattia contagiosa. Il giorno che diventassi pauroso, prego Dio di prendermi con sé.

Tornerà mai in Italia?

La mia patria è il Sudan. Ho promesso ai miei fedeli che non li abbandonerò, neanche da morto. Loro sanno già dove mi devono seppellire.

Noi che possiamo fare?

Pregate tanto per noi, e non dimenticateci.

“Sono pronto al martirio”

Mi trovo a Rumbek, nel Sudan meridionale, dal 1990. Posso dire che la diocesi negli ultimi 12 anni si è ben sviluppata. Attualmente, serve una popolazione di 3.800.000 abitanti, è lunga quanto l’Italia e i suoi 30 preti devono prendersi cura di 350mila anime ciascuno. La cattedrale è una capponaia del diametro di 20 metri col tetto di zinco, così non possono bruciarlo.

Come diocesi siamo impegnati nell’attività pastorale, nell’educazione, nella sanità e nell’aiuto umanitario. Tra tutte le istituzioni attive nel Sudan meridionale, le diocesi cattoliche hanno la fama di essere le più attive. Hanno assistito centinaia di migliaia di persone per dare loro cibo, medicine e speranza.

La lunga guerra ha messo a dura prova la chiesa cattolica presente in quelle regioni. Tra i due milioni di vittime, si contano numerosi cristiani. L’islam è forte ed è fatto di crocifissioni, schiavitù, conversioni forzate, inganni. Purtroppo, anche dai guerriglieri cristiani, che hanno preso le armi contro i musulmani di Khartoum, abbiamo dovuto patire guai.

Anche per me, si sta avvicinando il momento del martirio. Spero che il Signore ci dia la grazia di affrontare questo spargimento di sangue. C’è bisogno di purificazione. Molti cristiani saranno uccisi per la loro fede. Ma dal sangue dei martiri nascerà una nuova cristianità.                         



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