L’icona della missione: Vivere e annunciare la Libertà
Paolo traccia nuovi sentieri
LA PROVOCAZIONE
Il mondo degli esclusi è destinato a restare... Chi nasce nel mondo degli esclusi già nasce escluso; non potrà mai recuperare la distanza che lo separa da chi nasce in una famiglia inclusa...
Annunciare la fine dell’esclusione è un segno di irresponsabilità perché, così facendo, si alimenta nelle persone un’illusione, ritardando la presa di coscienza e l’adozione di mezzi adeguati per far fronte alla realtà...
Si continua a parlare di scelta dei poveri e degli esclusi, ma il discorso e le scelte pastorali sono sempre più distanti dalla realtà dei poveri ed esclusi.
- p. José Comblin.
Leggendo queste parole, forse nasce in voi un sentimento di incredulità e di perplessità. Sentimenti che io stessa ho avuto, quando le ho lette in un articolo scritto da padre José Comblin, il missionario belga che lavora in America latina dal 1958. Sono parole che ci obbligano a guardare in faccia alla realtà, senza tanta poesia.
La realtà senza poesia. E sorgono in noi alcune domande:
- Il mondo degli esclusi è proprio destinato a restare per sempre?
- Chi nasce nell’esclusione non sarà mai più incluso?
- Annunciare la fine dell’esclusione è davvero un segno di irresponsabilità?
Queste e una serie infinita di domande si agitavano dentro di me, nel leggere quell’articolo. E quando ho presentato quello scritto ad altre persone, è successo il pandemonio: “Ma come? Dov’è allora la speranza cristiana? Ma questo è pessimismo, è una lettura distorta della realtà!...”. Alla fine dell’incontro, la mia testa girava come una trottola.
Anche la testa di Paolo doveva essere in forte agitazione quando si è messo a scrivere la lettera ai Galati. Era agitato, perché gli avevano detto che nella comunità cristiana esistevano divisioni. Come certamente bolliva la testa dell’apostolo quando pensava ai cristiani di Tessalonica che speravano nel ritorno imminente del Signore Gesù, e per questo avevano smesso di lavorare... Come doveva essere agitato mentre cercava le parole giuste da scrivere a Filemone per convincerlo a lasciar libero il suo schiavo e ad amarlo come fratello...
Paolo era indignato davanti alla schiavitù e all’esclusione, situazione istituzionalizzata nell’impero romano. Si agitava ogni volta che rifletteva sull’esperienza di libertà che lui aveva vissuto e che si prolungava nella sua vita, dopo l’evento di Damasco. Si agitava ogni volta che si interrogava sui passi da fare affinché anche tanti altri uomini e donne potessero fare la stessa esperienza di incontrare Cristo e acquistare la libertà interiore.
Forse oggi ci manca l’umiltà di lasciarci sfidare; di permettere alle domande di agitarsi nel nostro intimo; di lasciare che la nostra mente vada in ebollizione; di permetterci di uscire dal cammino tracciato e sicuro.
Sì, perché Paolo era uscito dal cammino tracciato. Era uscito dal cammino tracciato dal giudaismo: “Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho reputato una perdita a motivo di Cristo...” (Fil 3,7). Era uscito dal cammino sicuro di cittadino romano: “...un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, al fine di condurre una vita decorosa e di non aver bisogno di nessuno” (1Tess 4,11-12). Era uscito perfino dal cammino tracciato dai criteri apostolici: “Non sono io libero? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? Anche se per altri non sono apostolo, per voi almeno lo sono; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore...” (1Cor 9,1-2).
Rischiare nuove vie. Paolo era uscito dal tracciato per aprire sentieri e cammini nuovi: “Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù poiché, battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo” (Gal 3,26-28).
Era uscito dal cammino tracciato per lasciarsi guidare dalla forza della Parola, dalla forza dello Spirito, dalla forza degli avvenimenti: “Non mi sono mai sottratto a ciò che poteva esservi utile... Non so cosa mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo mi dice che in ogni città mi attendono catene e tribolazioni... purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio” (Atti 20,17-37).
Anche per noi oggi, come per Paolo allora, la missione richiede questo: uscire dal cammino tracciato e, con l’annuncio del vangelo di Cristo, provocare esperienze umane e comunitarie inedite per il nostro tempo.







