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L’icona della missione: Quel viaggio nella notte

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L’amore rende mendicanti

LA PAROLA

Gesù andò di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Un funzionario del re aveva un figlio malato a Cafarnao. Udito che Gesù era venuto in Galilea, costui si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio perché stava per morire. Gesù gli disse: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Ma il funzionario del re insistette: “Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”. Gesù gli rispose: “Va’, il tuo figlio vive”.

Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: “Tuo figlio vive!”. S’informò a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: “Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre l’ha lasciato”. Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: “Tuo figlio vive” e credette lui con tutta la sua famiglia. (Giovanni 4,46-54)


Come funzionario del re non eri abituato a chiedere, se non al tuo signore. Eri uno dei fortunati: al servizio sì, ma partecipe del benessere del capo. Dalla tua città sul lago, cosa potevi andare a cercare sui monti di Galilea, allo sperduto villaggio di Cana, dove neppure c’era vino sufficiente per le feste? L’amore rende mendicanti, se occorre. L’amore rende capaci di tutto quello che neppure per denaro si farebbe. Ed eccoti in viaggio, verso un altro signore; verso quest’uomo di provincia che presentivi come ultimo ricorso.

La sua risposta ti ha messo alla prova. Dopo tanta fatica, un rimbrotto a te, della cerchia del re? Un discorso di principio, quando l’urgenza ti stringeva il cuore e le ore erano contate… Ma hai vinto la prova, come fanno i poveri davanti a chi può: ti sei messo fra loro e come loro hai ripresentato la tua richiesta. Esigevi un suo intervento, come un servizio dai tuoi servi, o accettavi di fidarti? “Scendi”, avevi chiesto. Ti ha risposto, “Va’!”. Ha vinto lui e tu sei partito. Era già lui il tuo Signore. Non eri tu a comandarlo; tu eri il servo che obbediva alla sua parola.

Noi ti guardiamo in questo giorno di viaggio, senza la compagnia di colui che avrebbe potuto guarire tuo figlio. Senza quel segno così necessario. Solo con una parola in cuore. Con i mille pensieri che forse t’assalivano: non è possibile; ha voluto disfarsi di me; non sono dei suoi…; con la tentazione di pensarti sconfitto. Come ha potuto resistere l’albero nuovo della tua fede a questo vento?  Come ha fatto a vincere in te la forza irragionevole che ti faceva aggrappare a quelle sue parole: “Tuo figlio vive”?

I poveri sanno cos’è il dolore. Da casa i servi non hanno voluto attendere il tuo ritorno e ti sono venuti incontro. Con le loro parole ti hanno anticipato il segno. Il resto del cammino è stata una corsa in festa e l’arrivo una fede condivisa in famiglia.

Noi, quando ogni ricorso umano è finito, siamo capaci di quella tua corsa d’andata. Quando il cuore ci stringe, raggiungeremmo il santuario più lontano della terra. Ci facciamo poveri come coloro cui diamo una moneta dal finestrino della macchina. Un segno, quel segno, chiediamo.

È il secondo viaggio che t’invidiamo. Perché noi restiamo lì, incollati, a cercare che la nostra domanda venga esaudita. Non ci basta la parola per riprendere il cammino. Non sappiamo tornare indietro fidandoci semplicemente della parola. Se quel segno non ci è dato, crediamo di non essere esauditi e, delusi, ci arrabbiamo e chiudiamo lo sportello.

Quel viaggio di ritorno ti chiediamo d’insegnarci. Dovesse durare l’intera nostra vita. L’arte di camminare nella nebbia credendo alla luce; di non temere il buio aggrappandoci a una luce non ancora vista. Non una presenza tangibile. Ma una parola, con la quale varcare anche l’estremo passaggio della vita. Come ha fatto Gesù. Folle di poveri allora ci verranno incontro a dirci: la parola è realizzata, anche per noi, come lo è stato per te.

L’avventura di credere è il vero viaggio che noi possiamo decidere di fare, da oggi.



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