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L’Europa con l’Africa, in piedi: Meeting internazionale, Ancona

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A novembre il teatro delle Muse di Ancona ha ospitato l'ottavo meeting internazionale "L'Africa in piedi. L'Europa con l'Africa", per focalizzare l'attenzione sui rapporti che intercorrono tra istituzioni europee e Africa. È stato organizzato in collaborazione tra vari enti civici e organismi di solidarietà, tra cui la regione Marche e "ChiAma l'Africa".

Riconoscersi e dialogare

Eugenio Melandri, coordinatore nazionale di "ChiAma l'Africa", ha esortato a non avere paura di confrontarci con la realtà del mondo e di incontrare gli altri, perché ogni incontro è una ricchezza. "Siamo veri uomini e vere donne quando siamo insieme, al di là del colore della pelle, del paese in cui viviamo, del credo religioso, del pensiero politico. Non dobbiamo fermarci davanti alle cose o agli eventi, ma dobbiamo piuttosto indagare sulle loro cause".

Melandri ha detto anche che nei confronti dell'Africa, l'Occidente ha un grande debito storico: "Il colonialismo non è stato solo sfruttamento economico; agli africani abbiamo rubato anima e dignità. L'unico modo di fare cooperazione è considerarci fratelli: riconoscerci e dialogare". Infatti, il primo passo degli incontri del meeting è stato ascoltare l'Africa per scoprire aspetti che ancora non conosciamo e per avere un arricchimento reciproco.

La sovranità alimentare

La politica europea si deve interrogare: "Perché guardare l'Africa che è lontana e rifiutare l'Africa che sta qui?". L'Europa deve stare attenta a non chiudersi a riccio, perché questo atteggiamento non risolve i problemi e non crea ponti.

Per Mamadou Cissoko, rappresentante dei contadini dell'Africa occidentale, il problema primario da risolvere in Africa è quello del cibo. Infatti, quando si ha fame non si riflette; solo chi è sazio riesce a pensare. Ma come è possibile aver fame, quando l'Africa è così ricca di risorse alimentari? L'Africa deve avere il diritto di inserirsi nelle trattative economiche, che fin'ora hanno riguardato solo gli stati ricchi.

"È il vostro modello di sviluppo che è arrivato ai limiti: non avete più acqua, ossigeno... Distruggete tutto perché volete continuare a vivere come avete fatto finora! Il problema non è la competizione, ma il modello di vita: noi non vogliamo imitare il vostro modello di vita", ha proseguito il sig. Cissoko.

Le potenze internazionali negano ai paesi la possibilità di scegliere le politiche alimentari più adatte per i propri territori. Invece, sarebbe bene che gli Stati fossero sovrani anche in campo alimentare. I Paesi africani finora non sono stati messi nella condizione di poterlo fare.

Se le porte restano chiuse

L'economista nigeriano Thompson Ayodele ha parlato degli aiuti economici all'Africa come di un grande pericolo. Gli aiuti sono un'industria del lavoro, per cui la maggior parte dei fondi rimane al Paese donatore e il resto è disperso, non arriva alla gente. L'aiuto porta a una crescita astratta... Il Piano Marshall per l'Europa, dopo la seconda guerra mondiale, mirava a ricostruire ciò che era stato distrutto dal conflitto, quindi a ripristinare qualcosa che prima esisteva. Ma in Africa non è così.

Per Thompson, invece di incanalare i fondi verso i governi, è meglio distribuirli alla gente, così che si creino microimprese e diminuisca la povertà. Oggi si esortano gli africani ad aprire i loro mercati, ma in realtà deve essere l'Europa ad aprire i suoi. Gli africani riescono a esportare solo le materie prime, ma non i prodotti finiti, perché il mercato europeo aumenta l'imposta in modo direttamente proporzionale al grado di lavorazione del prodotto. Un esempio: noi possiamo esportare il cacao, ma non il cioccolato. "Non ci può essere integrazione se l'Europa è la prima a chiudere le porte", ha concluso il suo intervento Thompson.



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