L’amico ritrovato, Bilancio dell'anno del Saverio
Abbiamo concluso l’anno dedicato a san Francesco Saverio, a 500 anni dalla sua nascita. È bene fare un bilancio. L’anno non è passato inosservato. Oltre alle molte iniziative organizzate dal governo e dalla diocesi di Navarra, attorno al castello di Javier, tante altre iniziative, celebrazioni, pubblicazioni... sono state realizzate in molte parti del mondo. Mi limiterò a un bilancio per noi saveriani, ma quello che dico vale anche per ogni missionario e per tutta la chiesa.
Abbiamo pregato e meditato
Come saveriani non abbiamo organizzato grandi cose, a parte il bel pellegrinaggio a Javier di alcune centinaia di giovani. Ci eravamo proposti di vivere quest’anno soprattutto a livello di preghiera e di riflessione, cercando di scoprire perché mons. Conforti ha voluto che portassimo il nome del Saverio. In questo senso, tutte le comunità saveriane nel mondo si sono impegnate, dal Brasile al Giappone. L’iniziativa di maggior rilievo è stato il convegno estivo di due settimane sulla spiritualità saveriana, con rappresentanti da tutte le nazioni in cui lavoriamo. È dunque a livello di riflessione che va fatto per noi il bilancio.
Quest’anno saveriano ci ha dato l’occasione di incontrare il Saverio su basi nuove.
Per usare un’immagine, è stato come incontrare un amico che si sentiva solo una volta l’anno, più per dovere che per vera amicizia. E in questo incontro ci siamo ridetti alcune cose importanti per la missione di ogni tempo.
Il missionario che sa amare
Il Saverio ci ha mostrato, con il suo esempio, che alla base della missione sta il missionario, nel suo spessore di uomo e di cristiano, con la sua capacità di accostare gli uomini e di essere per loro trasparenza di Dio. La lettura delle sue lettere ce lo ha ridato nella sua umanità, bella, ricca e simpatica. Lo abbiamo sentito come amico e compagno di viaggio, perché capace di relazioni profonde con la gente fino all’amicizia. C’è in lui una ricchezza umana capace di emozionare. Troviamo in lui l’uomo positivo che affronta positivamente le sfide che si presentano.
Certo, non possiamo pretendere di trovare nel Saverio realtà che non appartenevano alla sua epoca: 500 anni di missione non sono passati invano! Eppure troviamo in lui ciò che vale per tutte le realtà: l’interesse per la gente e il desiderio del loro vero bene. Saverio è “curioso” delle realtà umane che incontra. È lui a farci giungere le prime descrizioni del Giappone, della sua gente e della sua religione. Col passare degli anni, troviamo anche un mutare di atteggiamenti. Sa quindi imparare dalla realtà.
In parole povere, Saverio è una persona ricca di una grande carica umana. Ha amato la gente. La sua capacità di amare, dono di natura, era dilatata all’infinito dalla sua adesione a Cristo e dal desiderio di imitarne la vita concretamente.
Le fondamenta della missione
La seconda scoperta. Saverio ci ha mostrato ancora una volta le fondamenta che reggono l’edificio della missione. Dal 1500 a oggi la missione è cambiata molto, ed è diversa da un luogo a un altro (scrivo dal Bangladesh, dove la missione è profondamente diversa da quella che ho vissuto in Africa).
Eppure questo anno ci ha fatto intuire una cosa: se la costruzione che si vede è diversa, se le realizzazioni devono avere stili appropriati al luogo, per essere belle e arricchire la chiesa con la varietà delle culture, la fondazione deve essere ovunque ugualmente solida. In altri termini, nessuno di noi può essere missionario, se non a nome e in forza dell’unico vero missionario, Gesù.
Per essere missionari quindi, al tempo del Saverio come oggi, bisogna aver fatto un’esperienza profonda del Dio di Gesù, che abbia acceso in noi una vera passione per lui e per l’umanità. Bisogna aver fissato lo sguardo nel volto di Cristo sofferente e sorridente, come lo ha visto Saverio e come lo ha incontrato il Conforti. Saverio ha potuto essere missionario e ha fatto breccia nel cuore della gente perché aveva aderito e si era conformato a Gesù, unica ragione e criterio delle sue scelte. Vedendo lui, la gente vedeva la presenza di Dio.
Con coraggio e ottimismo
Di fronte a una chiesa a volte un po’ stanca e che fa fatica a vedere nuove piste, il Saverio ci dice di avere coraggio e di osare di nuovo. Lo Spirito che ha suscitato il Saverio continua a sostenere la chiesa nel suo cammino in mezzo all’umanità. Ma la condizione è una: chi vuole mettersi sulle vie della missione lo faccia da innamorato di Gesù, a partire da lui, da lui sostenuto e in nome suo. Come Francesco Saverio.
È per questo che mons. Conforti ce lo ha dato come “modello e patrono”.








