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Nel 1971, insieme a mia moglie Bruna e ad altri giovani bergamaschi, ho avuto la possibilità di trascorrere un mese in Burundi come volontario, presso la missione comboniana di Butare. Durante quell'interessante esperienza, ho conosciuto anche il saveriano p. Ernesto Tomè di Udine, noto, fra l'altro, per la sua passione per la scrittura.

L'anno seguente mi è stato impossibile tornare in Burundi a causa dei gravi massacri dei tutsi che provocarono la morte di circa 300mila hutu, maggioranza del Paese, ma in posizione sottomessa. Mi hanno segnalato che p. Ernesto, pur con i suoi 87 anni, è ancora attivo, in provincia di Udine.

Ho così potuto rintracciarlo e lui mi ha fatto pervenire un suo libricino di poesie scritte nel 1972-73, anni di grande sofferenza e dolore anche per tutti i missionari italiani in Burundi. Una di queste poesie mi ha colpito molto per l'attualità dei pensieri, che ci riporta ai fatti tragici di allora e a quelli che anche oggi avvengono continuamente nel mondo intero. S’intitola "Non nascere ancora piccolo mio". È l'invito di una donna morente al figlio che sta per venire alla luce, affinché aspetti la pace per nascere.

Non nascere ancora, piccolo mio

I tuoi occhi vorrei vedere il tuo volto di regina cui specchiarmi, abbracciarti, finalmente.

Piccolo gabbiano, tu vieni dai regni luminosi della vita dove non c’è veleno di morte.

E non sai.

Ho visto sull'aia in sole l’ombra rapace ingigantire sulla preda, saettando l’aria e sparire

Pigolio inutile, la chioccia è rimasta sola

 Non nascere ancora, piccolo mio

Mamma correre con te nel sole la savana in fiore specchiarci in laghi di cielo respirare profondo immersi la vita della foresta sudati bere ridendo l’acqua alle sorgenti

Mio piccolo

il mio sangue ti trascina alla corrente tumultuosa dei viventi.

Sarai tu felice allorché ti adagerò sulla riva che tu ignori?

Non nascere ancora, piccolo mio

Sta nascosto, piccolo cerbiatto quando non sarai più in me

e brilleranno al sole i tuoi occhi non scenda d’improvviso notte sul tuo mattino.

Quando ti sboccerà in petto il tenue anelito non lo reclini la sera

Il trillo stupito della tua voce non si spenga subito gemendo.

Non nascere ancora, piccolo mio

È troppo presto ancora.

Attendi, che la terra nell’abbraccio non ti sia tomba.

Ma appena udrai la voce mia annunziarti allora verrai

e tuo nome sarà “Pace” e tu nascerai respirando pace e il mio volto ti sorriderà.

Finalmente pace



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