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In questo tempo non tempo, distorto, irreale che sembra un brutto film, abbiamo avuto molte ore a disposizione, per occuparci di cose che si sono sempre rimandate. Io stavo cercando del materiale quando, come capita spesso, ho trovato dell'altro. Si trattava di un vecchio album di fotografie, risalenti all'estate 1988, quando mio padre, che allora aveva gli anni miei di oggi, decise di venire, da solo, a farmi visita in Congo RD (allora Zaire).

al mamma giuseppinaÈ stato, il suo, un moto dell'animo. Erano passati poco più di due anni dalla morte di sua moglie, Giuseppina, mia mamma, che dopo 33 anni di matrimonio e 5 figli, ci aveva improvvisamente lasciato. Era il 20 aprile 1986 (domenica in Albis), morì a causa della rottura di un aneurisma cerebrale di cui nessuno era a conoscenza. Mi trovavo a Parigi per gli studi di francese, in vista del rientro in Congo. Presi il treno della notte alla Gare de Lyon e arrivai a Milano la mattina del 21 aprile verso le nove. Lì trovai Elena e Elisabetta mie cugine che mi accompagnarono all'ospedale Maggiore di Bergamo dove mi permisero di vedere mamma per pochi minuti in sala di rianimazione. Aveva l'aspetto sereno, chiusa nel suo accollato corpetto di lana fatto a mano. Sembrava dormisse serenamente. Le diedi un bacio sulla fronte e una benedizione. Pochi minuti dopo la mamma se ne andava in cielo.

Serbo sempre un sentimento di riconoscenza nei confronti di quella giovane anestesista che mi permise di dare l'ultimo saluto alla mamma. Come capisco quelle persone che hanno visto salire sull'ambulanza i loro cari, per poi non riabbracciarli più. Mamma aveva 58 anni. La digressione è sorta spontanea, i periodi drammatici della pandemia qui ad Alzano, dove la situazione sanitaria ha imposto misure estreme, quasi crudeli per le nostre tradizioni, che ci hanno segnato profondamente. Ho sentito nel cuore l'impulso di condividere con voi questa mia esperienza.

Riprendo il racconto. Mio padre aveva deciso improvvisamente di venire a trovarmi. L'unico suo lungo viaggio era stato nel 1943, a 19 anni, verso la Germania, dopo l'armistizio come militare deportato. Capite la mia sorpresa. Come sempre la Provvidenza aiuta i suoi. Sull'aereo incontrò un missionario della mia comunità di Kitutu e le preoccupazioni del viaggio svanirono.
Le foto che vedere descrivono quel soggiorno in Congo RD e una lo ritrae sul traghetto che attraversa il Fiume Elila, nella parrocchia di Kitutu, dove tra l'altro ebbe la fortuna di assistere all'ordinazione di uno dei nostri primi saveriani congolesi, p. Katindi Ramazani.

Di quel soggiorno a Kitutu, papà Alessandro ricorda soprattutto i salti fatti con la Land-Rover lungo i 230 chilometri che congiungono la missione di Kitutu a Bukavu. Ci si impiegava di solito dalle 13 ore ai tre giorni, a seconda della stagione. La statale n. 2 era di fatto una pista infernale. Papà mi confidò che quando chiudeva gli occhi vedeva ancora il fuoristrada che saltava su quelle buche piene di fango e concludeva: “Le fanno proprio forti queste macchine”.

al Gabusi don Paolo Raffaini Fiorenzo saveriane Giovanna Rocchi e Lina Perrini in visita a KitutuUn'altra foto ritrae la saveriana Giovanna Rocchi, bellunese, in visita a Kitutu. Giovanna si era unita a noi a Bukavu per andare a Uvira, sede della diocesi che comprendeva anche Kitutu. Proveniva dalla missione di Kamituga, a 40 chilometri da Kitutu. Il viaggio per Uvira da Bukavu era di poco più di cento chilometri e la strada appariva buona se paragonata a quella per Kitutu. 

La Land Rover, il vecchio modello 109, era stata appena revisionata da p. Giuseppe Crippa a Luvungi. Mai stato così tranquillo per quello che mi appariva un viaggio turistico, di poche ore per il bellissimo anche se scabroso escarpement (scarpata), dove la strada corre “sul filo dell'orrido” e i mezzi transitano, in certi punti, alternativamente, per via della stretta carreggiata e degli strapiombi. Appena superato il passo e iniziata la discesa verso Kamaniola, il motore iniziò a fare capricci, perdeva colpi, riprendeva, ma poi si fermava. Un po' di aria nel gasolio, problemi risaputi. Presi le chiavette adatte e alzai il grande cofano per spurgare la pompa del gasolio. Il motore ripartì. Fatti pochi chilometri ecco di nuovo il problema. Rifatta l'operazione, dopo poco eravamo di nuovo fermi. Questa volta però la vecchia 109 non volle più rimettersi in moto.

Eravamo a una decina di chilometri dalla strada asfaltata che unisce il Ruanda ad Uvira. Consultatomi con suor Giovanna, decisi di scendere a piedi verso la strada. Erano le 17 e di lì a poco più di un ora il sole sarebbe tramontato. Di fatto arrivai a Kamaniola che cominciava la sera. Lungo la strada incontrai dei cristiani sorpresi nel vedere un “padiri” (il padre) viaggiare a piedi per quella strada. A Kamaniola vidi un ragazzo in moto e gli chiesi un passaggio fino alla missione di Luvungi. Concordato il prezzo partimmo.

Arrivato alla missione, incontrai p. Crippa e gli spiegai la situazione. Lui mi disse: “Siediti con noi e mangia qualcosa anche tu, dopo partiamo”. Con lui c'erano alcuni ragazzi arrivati dall'Italia per una visita. Dopo cena, partimmo e raggiungemmo i nostri. Mio padre e suor Giovanna furono felicissimi di vederci. Fatti diversi tentativi per riavviare il motore, p. Giuseppe decise di usare la fune di traino. Io mi sedetti al volante del mio fuoristrada, in compagnia di uno dei giovani, mentre il resto del gruppo salì sulla Land Rover di Luvungi. La discesa non fu difficile, pur usando i freni con accortezza, perché fummo costretti a scendere in folle. [fine prima parte]



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