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Maria Palmas, medico volontario

La dottoressa Maria Palmas, originaria di Ghilarza, è un chirurgo. Quando è libera dai suoi impegni partecipa agli incontri di preghiera e formazione nella comunità saveriana di Macomer.

Maria, dal 1999, per alcuni mesi all’anno si trasferisce in Sudan come medico volontario. Qui lavora in piccoli ospedali rurali in diverse località: Rumbek, Billing, Adior, Gordhim, Bunagok. A Bunagok, l’arrivo dell’equipe dei volontari ha avuto una sorprendente accoglienza che ha lasciato tutti senza fiato. La popolazione è andata a riceverli sulla pista d’atterraggio, in processione, suonando e cantando. Poi hanno sacri­ficato un vitello in loro onore, li hanno presi sulle loro spalle e li hanno portati in trionfo fino al cortile dell’ospedale, appena costruito. Qui hanno sacrificato un altro vitello e hanno pronunciato in loro onore numerosi discorsi di benvenuto.

Le abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa della sua esperienza medica in missione.

Com’è la situazione in Sudan?

Nel 2005 è stata firmata la fi­ne delle ostilità tra nord e sud. Quindi il Paese ha ora grandi aspettative di cambiamento e di progresso. Però, vedere che, invece di Avrebbero dovuto festeggia­re questo momento storico con opere di pace. Invece, tanti lo hanno fatto a colpi d'arma, rischiando di appiccare il fuoco alle stoppie e ai tetti di paglia delle capan­ne...

Sei mai stata in pericolo?

Una vol­ta sola, a Pochalla, dopo 13 missioni. Ho dovuto preparare in tutta fretta la “quick run bag”, ossia la borsa con le cose essenziali per scappare, in attesa di essere salvati dagli aerei dell’Onu. Avevamo sentito delle fucilate nel villaggio e i soldati di una caserma correvano a caricare i mitra e i cannoni. Ci siamo presi un bello spavento. Poi l’allarme rientrò.

Cosa fanno i medici volontari in Sudan?

Negli ospedali i volontari medici si occupano della chirurgia di base, mentre le malattie curabili con la medicina vengono trattate dagli infermieri secondo regole opportune. Proviamo soddisfazione con i parti cesarei, quando i neonati nascono vivi e le loro madri non vanno incontro a inaudite sofferenze e alla morte.

Come organizzate il lavoro?

Ci sono interventi tutti i giorni, tranne la domenica. Iniziamo al mattino fino ad esaurimento dei pa­zienti. La sterilizzazione del materiale chirurgico si fa con il fuoco a legna e i teli della sala operatoria spesso non fanno in tempo ad asciugare. Comunque, riesciamo a operare molti pazienti nel corso di ogni missione.

C'è qualcuno che vi sostiene?

Porto sempre con me i frutti della solidarietà della popolazione di Ghilarza, della parrocchia "Medaglia Miracolosa" in Cagliari e del centro missiona­rio di Oristano. Consegno tutto alla diocesi di Rumbek, personalmente nelle mani del vescovo mons. Cesare Mazzolari. Le offerte servono ad acquistare cibo per i malati dei villaggi.

Ti senti realizzata?

Nonostante le difficoltà, sono soddisfatta del mio lavoro e ringrazio Dio per la sua protezione. Il medico deve adattarsi alle situazioni di un ospedale africano. Inoltre occorre una buona dose di resistenza fisica e una grande pazienza nel sopportare i disagi. Ogni volta che vado in Sudan dico che è l’ultima volta, ma quando torno qui penso che il Signore voglia che faccia questo tipo di missione.

Ringrazio tutti coloro che mi sostengono con le loro preghiere e che contribuiscono al­la realizzazione delle mie “missioni chirurgiche”.



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