In Bangladesh, il disagio missionario
Scuole e fabbriche sono chiuse, le attività sospese. Il traffico è bloccato e gli spostamenti vietati. I giornali non escono, ufficialmente perché non possono essere consegnati agli abbonati (qui non ci sono “edicole”); ma è ammissibile un sospetto di controllo sull’informazione. Non è possibile verificare il reale stato della situazione virale nel Paese. La fonte più documentata è senza dubbio quella di Wikipedia, aggiornata in tempo reale, https://en.wikipedia.org/wiki/2020_coronavirus_pandemic_in_Bangladesh.
Purtroppo, i fratelli musulmani osservanti si dispensano dall’indossare la maschera, sostituita dallo zucchetto (?); né la polizia interviene, come invece fa con le persone comuni. Del resto, le loro donne sono da sempre abituate a portare la maschera, che chiamano “burka”.
Qui alla Domus di Boyra (Livio, Marcello, Mimmo e Carlos) non abbiamo ritenuto opportuno “isolare” la casa e noi stessi in modo rigoroso. Tuttavia, abbiamo preso alcune precauzioni, pur sentendo il dovere umano e missionario di venire in soccorso di persone e famiglie bisognose. Con il personale e ospiti condividiamo ciò che madre natura ci fornisce, ad esempio, pomodori e verdure, che abbiamo in grande quantità e che tutti portano a casa volentieri.
Di ben altro tono quanto è stato mostrato in TV: per mezz’ora, una sfilata continua di “aiuti” a gente bisognosa, disposti dal governo nelle varie zone e città del Bangladesh, con il politico in primo piano che posava di fronte alle telecamere.
Il taglialegna che lavora e vende il legname per cucinare, mi ha salutato facendomi segno di voler parlare. “Il vostro primo ministro avrebbe fatto bene a essere più severo fin dall’inizio. Se l’avesse fatto, il virus non sarebbe arrivato nel nostro Paese attraverso i due bengalesi rimpatriati dall’Italia!”, mi ha detto con tono deciso. Ho chiesto perdono per ciò che involontariamente è accaduto.
Padre Giuà Gargano, pur in isolamento, usa i social media per parlare dei metodi di prevenzione personale e ambientale e non lascia il suo ruolo di guida spirituale nelle celebrazioni congrue, svolte nel grande cortile della missione. Tutti i cristiani del villaggio di Kalinogor con il catechista Bikas, a mezzogiorno, ovunque siano, si fermano per pregare l’Angelus ed essere preservati dal virus mortale. Bikas guida la preghiera con un megafono per le viuzze del paese. Una donna l’altro giorno ha detto: “Se fossimo stati attenti a Dio come lo siamo per sopravvivere, la situazione non sarebbe così gravemente tragica e paurosa!”.
In realtà, ci sentiamo in forte disagio per pensare e provvedere solo a un nostro rischio individuale o comunitario. Penso ai nostri confratelli in Sierra Leone al tempo di Ebola: il loro non è stato un isolamento “dentro le mura di casa”.
Pur a debita distanza, si sono fatti vicini alla gente colpita e contagiata. Hanno vissuto pienamente la missione. Non potremmo adottare quello stile missionario anche adesso, al tempo del Coronavirus?







