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Considerato il loro modo di vivere e di concepire la realtà, l’avvenire dei Batwa sta, da una parte, nella presa di coscienza della loro situazione e della necessaria reazione all’immobilismo che li blocca; dall’altra nella pazienza per coloro che si donano alla loro promozione integrale. 

È sicuramente un’impresa difficile, ma anche possibile grazie a qualche figura che ne ha mostrato le capacità. A livello governativo si incoraggiano le iniziative di promozione umana nei confronti dei Batwa anche se la maggioranza dei “burundesi” restano scettici e pessimisti e tendono a scoraggiare coloro che lavorano in favore dei Batwa, mettendo in evidenza pregiudizi ancestrali come il fatto di essere sporchi, pigri, ladri, senza cultura. La gente ti dice che quando costruisci una casa per i Batwa loro venderanno tutto; quando li iscrivi al catechismo ti dicono che verranno in chiesa solo per chiedere l’elemosina. Al punto che se vuoi insultare qualcuno lo puoi chiamare “Mutwa” (singolare di Batwa), oppure pigmeo!

Al di là di questi pregiudizi, i Batwa sono ancora persone al rimorchio. Anche per la ricerca del proprio bene ci vuole una forza esterna che li inciti. Noi missionari li stiamo incoraggiando a farsi curare con la medicina moderna. A Runyankezi, ho trovato una donna anziana di 77 anni, una “Mutwa-kazi” che non è mai entrata in un dispensario per farsi curare. Tradizionalmente, si curano con le erbe e piante medicinali ma non sempre funzionano. Se dai loro soldi per curarsi, rischiano di acquistare dell’altro. Bisogna incoraggiarli a studiare o a frequentare la Chiesa, mostrando loro l’importanza dell’educazione e della religione. Quando mancano questi stimoli, c’è un problema di socializzazione. Ecco perché i Batwa sono isolati.

Da quando sono in Burundi, ho avuto l’occasione d’incontrare alcune copie “miste” Hutu-Tutsi, anche se generalmente gli Hutu si sposano tra loro cosi come i Tutsi, a causa della diffidenza etnica, ma non ho mai trovato un Tutsi o un Hutu che sposi un Mutwa o viceversa. Sono solo le Chiese e le Organizzazioni non governative (Ong), che sono la loro voce, a credere che possano riuscire in qualche cosa. Gli altri burundesi e ancora di più loro stessi pensano di non essere capaci di fare nulla.



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