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Berthe Mukupi Zawadi, saveriana congolese, dopo aver lavorato a Roma, ora fa parte della comunità di Cava de’ Tirreni (SA)

La “Villetta della Misericordia” si trova a Roma, all’ingresso dell’Università cattolica del Sacro Cuore e del Policlinico “Agostino Gemelli”. Da circa due anni, ospita una ventina di persone povere, senza fissa dimora. Un piano è destinato agli uomini, l’altro alle donne. Hanno fra i quaranta e i sessant’anni, ma ci sono anche giovani e anziani, come Anna, che ha 87 anni. Alcuni sono stati abbandonati dalla loro famiglia, altri vengono da storie difficili, altri hanno problemi psichici o di dipendenza dall’alcool. Prima abitavano in strada o cercavano rifugio negli ospedali. È angosciante non avere dove riposare; sulla strada può succedere di tutto...

Arrivano alla Villetta la sera, tra le sette e le dieci. Trovano accoglienza, un pasto, la possibilità di pernottare. Il mattino, alle sette, fanno colazione e alle otto partono, perché la maggior parte dei volontari deve andare al lavoro. Aver passato la notte al riparo, è già molto per loro. Molti sono musulmani. Dicono: “Dio ci unisce! Se una persona non ha un cuore come Dio vuole, non è capace di vivere con gli altri”.
In questa casa vivono come in famiglia: conosciuti, curati, accompagnati personalmente e nella dignità. Ognuno riceve il cibo adatto alle sue condizioni di salute e alle sue convinzioni religiose. Possono vivere una vita normale. Alcuni, con l’aiuto dei volontari, cercano di liberarsi dalla dipendenza dall’alcool, anche con buoni risultati.

Per i volontari di Sant’Egidio, sono i loro fratelli e sorelle. Durante l’estate, li accompagnano per una settimana in montagna. Li aiutano a mettersi in contatto e a riconciliarsi con le proprie famiglie, procurando all’occorrenza documenti e biglietti d’aereo. Se trovano un lavoro, vengono aiutati a cercare un appartamento da condividere con altri, per ridurre le spese. Ogni giovedì, uno psicologo è a loro disposizione. Anche al momento della morte, queste persone hanno attorno una famiglia che li assiste, soffre e prega nel rispetto della fede di ciascuno. I volontari preparano perfino le immaginette-ricordo.

Invitate da Sant’Egidio a collaborare a quest’opera, andiamo, a turno, il mattino. Li ascoltiamo, stiamo con loro, come testimonianza di fede, di amore e misericordia di Dio. Li aiutiamo a superare gli inevitabili conflitti della vita comune. Con il Signore è possibile vivere insieme nella differenza. In questo contesto, il Signore può essere testimoniato nel modo con cui si accoglie. Quando nasce la fiducia nei nostri confronti, ci parlano senza timore. Uno dei compiti è quello di allontanare un po’ il peso della loro solitudine. E se qualcuno di loro è ritrovato morto, mi chiedo: “Perché non mi ha raccontato la sua sofferenza? Perché non ho fatto attenzione a certe parole?”.



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