Il rito dei defunti in Africa
La partenza di una persona cara è sempre un fatto significativo, in tutte le culture. Tant’è vero che nelle epoche archeologiche si possono riconoscere le presenze umane a partire dai resti delle tombe e delle diverse maniere di disporre o di ornare i corpi dei morti. L’Africa non fa eccezione. Anzi, la morte di qualcuno è il fatto che coinvolge maggiormente tutta la comunità della famiglia allargata, del villaggio e perfino dei quartieri delle città.
Non posso dimenticare le forti impressioni dei miei primi tempi di vita missionaria nelle savane del nord del Camerun. Vedevamo passare in tutta fretta una giovane donna con il corpo cosparso di polvere o cenere, cantando lamentazioni ad alta voce per essere capita bene lungo il suo percorso. Attraversava i villaggi situati in quella direzione e tutti avevano modo, in pochi minuti, di apprendere la notizia della morte di questo o quella. Compresi con il tempo che nello stesso momento altre donne stavano portando la notizia in altre direzioni. Era il telefono tradizionale, efficace e… poco costoso. In breve, si vedevano arrivare file di uomini e donne che andavano nella direzione del villaggio del morto per cominciare le lamentele funebri e portare le condoglianze alla famiglia. Anche queste persone portavano sul loro corpo i segni del lutto e intonavano cantilene tradizionali nelle quali spesso risaltava la domanda del perché la morte; anzi, perché il Genio della Morte, aveva colpito ancora una volta.
Secondo l’importanza del defunto, le folle si riunivano e per gruppi danzavano attorno al complesso di casette che costituivano una famiglia. Gli uomini avevano in mano un bastone con cui, uscendo dal cerchio, inscenavano una sorta di battaglia contro Matna, il Genio della morte. Durante le veglie che precedevano la sepoltura, bevevano, mangiavano, giocavano a carte, costituivano un piccolo mercato nelle vicinanze… Ai miei occhi occidentali tutto questo pareva una mancanza di rispetto per le famiglie colpite dal dolore. Dopo qualche tempo dalla sepoltura, la famiglia celebra la chiusura delle manifestazioni funebri, richiamando ancora una volta i conoscenti per dei riti e un pasto in comune.
Mi pareva di vedere in tutto questo proprio la voglia di lottare contro la forza tragica della morte per allontanarla. In questo senso, anche la presenza massiccia di tutta la comunità è una rivincita della vita sulla morte. In ogni contesto, la morte fa tornare alle tradizioni che hanno radici socio-culturali profondissime. Anzi, nelle città c’è l’elaborazione di nuovi riti e la creazione di nuovi simboli, indotti anche dalla convivenza di culture diverse su un territorio ristretto: divise, fazzoletti, sciarpe portati dai membri della famiglia per essere riconosciuti; regalo alla famiglia di lenzuola e teli bianchi (il bianco in Africa è il colore della morte); uso abbondante di profumi forti; lunghi cortei di auto e moto per condurre al cimitero il defunto preceduto da una foto gigante...
In certi gruppi culturali, i familiari sono sepolti nei dintorni della residenza familiare, a volte addirittura nel cortile di entrata o anche nella camera del defunto, in particolare in contesto rurale… Certi clan in Camerun conservano il cranio delle persone considerate antenate in una cameretta speciale, un mini santuario, davanti al quale esprimere rispetto e venerazione. L’anno scorso, a Ndjamena, capitale del Ciad, ho scoperto altre tradizioni ancora, probabilmente provenienti dal sud del Paese. Il 2 novembre ci sono famiglie che si fermano in cimitero presso le tombe dei loro cari e trascorrono la giornata come fosse un pic-nic festivo. Un’altra maniera di onorare i morti è fare le pulizie, liberando le tombe dei morti della famiglia dalle erbacce che crescono nella stagione secca. Siamo alle porte del deserto e i fiori sono rarissimi! Ma, almeno quel giorno, il cimitero sembra più bello. Nel 2020-21, in pieno Covid-19, era stato proibito portare le salme dei defunti in casa. Ma le tradizioni sono state più forti di tutte le ingiunzioni delle autorità.
Certamente, gli antropologi avrebbero molte cose da dire. Un elemento difficilmente contestabile è che il modo di vivere o di celebrare la morte rivela il senso che un gruppo umano dà alla vita stessa. Se l’Occidente ha paura della morte, ha paura anche della vita. Eliminare i riti, i segni e i simboli è una povertà umana, perché conservano una ricchezza umana incredibile.
La continuità tra questa vita e l’al-di-là; la comunione tra vivi e morti; il senso vivo della presenza efficace degli antenati; il bisogno di far continuare la vita in questo mondo e di migliorarne la qualità, lottando contro la forza incontrollabile della morte, mi paiono elementi che potremmo chiamare pre-evangelici. Il Vangelo li assume e dà loro una forza nuova, un’apertura infinita.
La continuità tra il presente e l’al-di-là non è solo un bisogno del cuore, un tentativo di sopravvivenza. Per il cristiano, assume il volto concreto di Gesù, uomo storico, che noi crediamo entrato in una nuova forma di vita definitiva destinata a tutti. Il legame profondo tra vivi e morti - che noi chiamiamo comunione dei santi - si basa naturalmente sulla fede nella vita nuova inaugurata da Gesù. Su questa fede s’inserisce anche quel legame particolare che noi viviamo con i nostri ‘antenati’ martiri e santi, ma anche con le persone conosciute, per noi significative e testimoni della nuova vita portata da Gesù. Anche l’impegno a lottare contro tutte le forme di morte, di distruzione o semplicemente di spregio e mancanza di rispetto della vita fa parte della fede cristiana ed è ancora una volta fondata su Gesù Cristo. Non è né un’ideologia, né una filosofia. Non è un sogno, ma è esperienza di vita, anzi della Vita. Esperienza della presenza permanente del Vivente che è Gesù risorto.







