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Il Risorto per la riconciliazione e la speranza

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Si potrebbe dire che i villaggi di Baraka e Fizi (Congo RD) degli anni 1966-1969 erano come i due discepoli di Emmaus che, lasciando Gerusalemme, erano smarriti perché non sapevano come interpretare i fatti. I saveriani Faccin, Carrara e Didonè e il prete diocesano Joubert erano stati uccisi, e con loro anche decine e decine di abitanti nel 1964.

Ci è voluto del tempo per capire ciò che era successo. Infatti, ci sono state varie versioni del martirio, sentite da lontano (la gente era scappata verso la foresta) o trasformate dalla paura e dall’immaginazione. Ma era davvero difficile per la gente capire l’accaduto. È interessante scoprire come, in questo contesto, è stato proposto il kerygma della Resurrezione, come chiave di lettura degli avvenimenti. Nel 1969-1970, p. Angelo Costalonga, che subì la prigionia con Faccin nel 1961, ha dipinto un grande affresco rappresentante il Risorto e che occupa un terzo dell’abside della Chiesa di Baraka. Padre Cima, sotto l’affresco, ha fatto scrivere a grandi caratteri tutt’ora visibili, il messaggio chiave per invitare i fedeli a capire la loro storia: “Kristu ameshinda, Kristu anatawala, Kristu anaamuru”, Cristo ha vinto, Cristo regna, Cristo giudica. Un’immagine semplice, bella e chiara e una frase facile da ricordare per suscitare il sentimento della riconciliazione e della speranza.

È il Risorto che aiuta a togliere le difese, a farsi ferire dalla sua verità, a lasciarsi vivere dal soffio della sua Parola e a vedere l’accaduto con una luce diversa. È Cristo che “giudica”, perché il Risorto permette di trasformare ogni caduta in un passo in avanti. E allo spezzare del pane, proprio in quella Chiesa davanti alla quale furono uccisi Carrara e Faccin, i fedeli di Baraka riconoscono Cristo, col cuore ardente di veri testimoni.



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