Il poliziotto: È importante avere ''un padre''
Tornai in veste bianca di bucato, accompagnato da tre funzionari dei servizi sociali. Volevo che i ragazzi fossero consegnati a loro in modo che, se scappavano, avevano loro a che fare con la polizia. Io li avrei ricevuti ufficialmente dall'ufficio dei servizi sociali, e mi sarei ritenuto responsabile solo verso di loro, e non verso la polizia. Non avevo sbagliato. Nella testa di chi mi avrebbe consegnato i ragazzi, infatti, la cosa montò a livelli di... pericolo nazionale.
Mi trovai davanti all'ufficiale incaricato della prigione attorniato dai suoi dipendenti. Erano presenti anche i militari dell'Onu, guidati da un capitano. Ci fu anche un battibecco: "Padre, tu stai facendo un'operazione pericolosa. Quelli uccideranno te e noi". Forse si sentiva in colpa, e quindi in pericolo. Alla fine, ce li consegnarono con un: "Ti accorgerai dell'errore che stai facendo...!".
Li portai subito al nostro istituto "San Michele", Lakka. Tra loro, c'era anche Joseph Gbla.
A scuola nel pulmino "container"
Al "San Michele" si cercava di integrare nella società questi ragazzi ex combattenti. Chi era ancora in età scolastica frequentava la scuola locale; ma chi, ormai troppo grandicello, non si adattava più alla disciplina della scuola, lo si mandava a fare apprendistato in città. Partivano al mattino nel loro "container" (così chiamavano il nero pulmino fatto e rifatto) e tornavano nel pomeriggio.
Quando il "container" non ce la faceva, una quindicina di loro prendevano la jeep militare reduce dalla guerra in Corea, e così, a grappolo umano, ce la facevano ad arrivare in città. Dico "a grappolo umano", perché, fuori da tutte le regole del traffico, si vedeva questo mucchio di ragazzi che si muoveva con sotto un qualcosa che li teneva insieme.
Sulla strada c'era un posto di blocco militare. Li contavano: "quindici" all'andata..., e al ritorno? "Tredici". Come dovevo prenderla? Fuggiti, o hanno trovato una sistemazione? Non sempre le cose andavano lisce. Di tanto in tanto ne combinavano qualcuna. Anche quelli in età scolastica di tanto in tanto erano facinorosi, e i bravi insegnanti ci mandavano a chiamare per rimettere l'ordine a scuola.
A sassate al posto di blocco
Al posto di blocco operavano militari sierraleonesi, proprio quelli che i nostri "ex" avevano combattuto. Gli sberleffi e gli insulti erano all'ordine del giorno, finché i militari si stancarono e vollero dimostrare che erano loro l'autorità. Un brutto giorno li fecero scendere tutti dal "container", con un fare un po' troppo libertino verso le tre ragazze.
Gli "ex" lasciarono correre la cosa, ma rientrati, organizzarono i sessanta ragazzi al campo e attaccarono a sassate il posto di blocco. Il sergente in carica ne prese una in testa; un militare caricò il fucile e un ragazzino gli si parò davanti dicendo: "Spara, e vi facciamo fuori tutti!". Dovemmo intervenire noi per riportarli a casa sani e salvi.
Un giorno mi sentii richiamare per radio dall'Unicef, perché qualcosa non andava sulla strada. I miei "ex" avevano eretto un posto di blocco dove esigevano un pedaggio, specialmente da quelli dell'Onu che si recavano in spiaggia. Intervenni e beccai uno degli "ex". Chiesi cosa stava capitando. "Riusciamo sì e no a racimolare quanto uno di loro spende in birre alla spiaggia", mi disse il malcapitato. Cambiai subito idea e dissi loro: "Perché a un paio di chilometri da qui non piazzate un altro posto di blocco?". Intelligentemente non lo fecero. Si accontentarono di quello che avevano già piazzato.
Un giorno bello per lui e per me
Joseph visse per un po' di tempo in questo ambiente. Conoscevo bene suo zio, il capo tribù, e cercai di convincerlo a riprendersi a casa Joseph, ma non ci fu verso di convincerlo. Per lui, il nipote era un elemento pericoloso e lui stesso in pericolo, perché qualcuno poteva vendicarsi. Joseph non si perse di coraggio. Cominciò a frequentare la scuola a Makeni, finché un brutto giorno fu coinvolto in un litigio che andò oltre i limiti tollerati dalla polizia, che intervenne. L'altro litigante fu recuperato dalla famiglia dietro pagamento di una multa. Joseph, non avendo famiglia e avendo già sperimentato la prigione, fuggì, e me lo vidi capitare a Freetown.
Mi assicurai che non c'era stato nulla di grave nel litigio, solo un'occasione per la polizia per spillare un po' di denaro. Mi sentii in dovere di proteggere Joseph, mandandolo a scuola a Freetown. No, che si mise in testa di diventare "poliziotto". Mi fu impossibile dissuaderlo. Solo più tardi capii la nobiltà del suo intento. Voleva aiutare chi si sarebbe trovato nei suoi panni, come quando lui stesso aveva passato sette mesi in carcere, dimenticato da tutti.
Il sogno diventa finalmente realtà
Joseph ci provò, ma il suo passato era troppo pesante: fu rigettato. Allora si offrì alla polizia come operaio specializzato nella saldatura. In seguito rifece il percorso per essere ammesso alla polizia, e un bel giorno venne a trovarmi in divisa. Quel giorno, fiero di lui, gli dissi: "Ora va' a trovare i tuoi in divisa". Poco dopo mi raggiunse una telefonata: "Padre, avevi ragione! Tutti mi vogliono. Finalmente sono a casa mia".
... Domani, sabato, ci sarà la cerimonia ufficiale e la parata che lo promuoverà da cadetto a membro della polizia di stato. Con la gioia che gli sprizzava dagli occhi e un cenno di lacrima per la commozione, un giorno - bello per lui, ma ancor più bello per me -, Joseph bussò al cancello solo per dirmi: "Padre, questa notte tocca a me essere di pattuglia nei tuoi dintorni...". E se ne andò. Era finalmente qualcuno; aveva finalmente riconquistata la sua dignità.








