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LA PAROLA
Disse ai suoi discepoli: “È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: «Sono pentito, tu gli perdonerai» (Lc 17,1-4).

Non è difficile vedere in questi brevi versetti di Luca i resti del lungo discorso ecclesiale di Gesù nel capitolo 18 di Matteo. Luca, in genere, cerca di smorzare i contrasti quando si tratta di mettere in luce le mancanze dei discepoli di Gesù. 

Il discorso sugli scandali è collocato da Matteo nel contesto di una comunità dove la lotta per il potere è già in atto. Vi sono i grandi, o che pretendono di essere tali, che grazie alla loro autorità corrono il rischio di spadroneggiare sui piccoli, sui poveri, sui deboli nella fede o, peggio, addirittura di scandalizzarli. Anche Luca, sulla scia di Matteo, conclude che è inevitabile che vi siano scandali, perché è facile che chi sta in alto usi il suo potere a scapito dei deboli.

Scandalo è tutto ciò che fa inciampare, che diventa un ostacolo alla fede in Gesù. L’attualità ci ha tristemente mostrato di quali scandali sono capaci anche coloro che dovrebbero essere guida del popolo di Dio. A causa di questo dramma molti piccoli se ne sono andati o hanno addirittura perso la fede. Marco, Matteo e Luca sono durissimi nel giudizio su colui che scandalizza: meglio sarebbe mettergli una macina di mulino al collo e buttarlo nel mare. Si tratta di un linguaggio iperbolico, da non prendere alla lettera, il cui scopo è mettere in evidenza l’abominio di questo crimine mostrando una condanna altrettanto abominevole: l’omicidio. 

L’avvertimento di Gesù è: “State attenti a voi stessi!”. Nessuno è esente dal provocare scandali, nessuno può tirare pietre agli altri per sentirsi a posto. Il nostro cuore è capace del bene più grande e del male più terribile ed è solo grazie alla bontà del Signore se siamo stati preservati da azioni nefande.
Non stupisce quindi che dopo la condanna degli scandali venga il tema del perdono. Nel passo parallelo di Matteo è Pietro a incaricarsi di chiedere a Gesù quante volte si deve perdonare se il fratello pecca contro di noi. All’abbondante misura del ‘sette volte’ proposta da Pietro, Gesù contrappone un’offerta smisurata: “settanta volte sette”, cioè sempre. 

Luca però aggiunge alcune sottolineature. Accanto al peccare viene il riprendere e il pentirsi. Il peccato del fratello è un male che danneggia tutti, per cui il primo gesto d’amore nei suoi confronti è cercare di riportarlo sulla strada del bene. 
Il perdono non è un atto immediato e magico. Occorre che il fratello ammetta di essersi sbagliato, che senta il dolore della colpa perché abbia poi l’umiltà di chiedere perdono a colui che ha offeso. 

Pentirsi significa avere la volontà di rimediare nella misura del possibile il male fatto, di ristabilire la giustizia infranta. Soltanto dopo questo passaggio può giungere, secondo questo testo, il perdono. Lo stesso principio vale nel caso in cui gli offesi dalle colpe altrui siamo noi. Con una precisazione in più: ciò può accadere persino sette volte al giorno, vale a dire sempre. Tuttavia, se il fratello che ci ha fatto del male si pente ogni volta, ci dev’essere solo la parola del perdono. 

Così come riceviamo dal Padre il dono del pane e del perdono quotidiano, così siamo chiamati a ridonarli a coloro che ci offendono. I primi perdonati da Dio sette volte al giorno siamo proprio noi.



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