Il figlio della sorella di Paolo
LA PAROLA
21,34Non riuscendo ad accertare la realtà dei fatti a causa della confusione, il comandante ordinò di condurre Paolo nella fortezza. (…) 23,12Fattosi giorno, i Giudei ordirono un complotto per ucciderlo (…). 23,14Ma il figlio della sorella di Paolo venne a sapere dell’agguato; si recò alla fortezza, entrò e informò Paolo. 15Questi allora fece chiamare uno dei centurioni e gli disse: “Conduci questo ragazzo dal comandante, perché ha qualcosa da riferirgli”. 16Il centurione lo prese e lo condusse dal comandante dicendo: “Il prigioniero Paolo mi ha fatto chiamare e mi ha chiesto di condurre da te questo ragazzo, perché ha da dirti qualcosa”. 17Il comandante lo prese per mano, lo condusse in disparte e gli disse: “Che cosa hai da riferirmi?”. (…) 22Il comandante congedò il ragazzo con questo ordine: “Non dire a nessuno che mi hai dato queste informazioni”. (Atti 21,34… 23,22)
Il figlio e la sorella di Paolo sembrano entrare nella Sacra Scrittura un po’ come Ponzio Pilato nel Credo. Mai apparsi né prima né dopo, sono una nota familiare che sembra quasi sfuggita alla penna di Luca. Dunque Paolo aveva una sorella che abitava a Gerusalemme, dove lui stesso aveva studiato ed era vissuto, fino al viaggio verso Damasco che ne aveva trasformato la vita.
Forse passava da lei quando tornava a quella città per l’incontro, spesso non facile, con gli apostoli e con Giacomo. Forse quella casa era la sua “Betania”, il luogo del suo riposo. Non sappiamo se questa famiglia avesse incontrato Gesù; sappiamo che voleva bene a Paolo.
Ora egli è alla fine della sua corsa da uomo libero e un complotto è pronto per mettere immediatamente fine ai suoi giorni: aggredirlo a morte mentre viene condotto al sinedrio.
C’è però un ragazzino che “ascolta”, passando forse inosservato grazie alla sua giovane età. Dentro di lui il cuore batte forte: si tratta dello zio Paolo!
Quanto coraggio gli ci è voluto per entrare nella fortezza, raggiungere lo zio nella cella della prigione e poi avvicinare un comandante dell’esercito romano? C’entra la madre in quella decisione? A Paolo che aveva annunciato alla folla e ai capi la sua fede in Cristo, egli pure ha qualcosa da annunciare: ed è tutto quello che può fare di fronte a più di quaranta uomini disposti a tutto pur di eliminare Paolo.
Si lascia guidare da lui fino a raggiungere il comandante. Roma era dura, ma ci teneva a una certa legalità e non voleva esecuzioni extra giudiziarie. Il ragazzo è licenziato con la consegna del silenzio: sarà l’autorità romana a prendere le disposizioni necessarie per salvare la vita del prigioniero, lo zio Paolo.
Attraverso questo ragazzo, si realizza la promessa fatta dal Signore a Paolo nella notte precedente: “Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma” (23,11). Nel terzo giorno dal suo arresto, Paolo viene liberato da morte e inviato sotto scorta a Cesarea, da dove, due anni dopo, raggiungerà Roma.
Le relazioni famigliari, come le relazioni tra amici, sono il segno permanente del valore della persona. L’amico, come il parente, è colui per cui tu conti al di là di tutto; colui che in un mondo in cui molti ti misurano per quello che sai, che hai, che fai, ti apre la porta per la sola festa di vederti.
Il parente, l’amico è colui che si mette in moto per te, semplicemente perché ti vuole bene. Essi tengono vivo nel mondo una rete di relazioni che scaldano il cuore e fanno gustare l’essenziale dell’umanità. Se queste relazioni hanno spazio nella Bibbia, è perché anch’esse sono sacre e benedette e strumento della tenerezza di Dio.
Non sempre sono così, è vero. Ma per nostra parte possiamo decidere un salto di qualità.
Quando lasciamo inaridire le relazioni vicine, che cosa abbiamo più da offrire al mondo?







