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Il clima inquinato della violenza - Panico e adattamento della gente

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Desidero raccontarvi come ho vissuto questi ultimi giorni in diretta (da venerdì 16 a giovedì 22 novembre 2012), dato che mi trovavo in quella città per incontrare i nostri confratelli che vivono a Ndosho, a 12 chilometri dal centro. Non è mia intenzione mostrare un eroismo da parte dei nostri missionari. Anzi, sentiamo proprio una forza che non ci appartiene, e che ci viene da Dio e anche dal vostro sostegno. Vorrei "ri-cordare" - letteralmente, "trattenere nel cuore" - questi avvenimenti intensi, come li ho conosciuti, dandone una lettura più personale che politica.

Il volo da Kinshasa a Goma

Venerdi 16 - Arrivo a Goma da Kinshasa. Un volo regolare. Trovo in fila davanti a me, nel momento del deposito bagagli, una persona con molte valigie, in difficoltà perché ha troppi chili nei bagagli rispetto ai soli venti permessi. È un piemontese che lavora con l'Alto commissariato per i rifugiati. Mi dice che è stato mandato per un anno a Goma. Poi aggiunge: "Quando ho ricevuto la missione di Goma, ho esitato un po'...". Non ha continuato il discorso, ma ho capito dal suo modo di fare che era abbastanza entusiasta, alla mano, interessato agli altri e alla situazione del Paese.

Arrivato a Ndosho, trovo solo padre Piero Mazzocchin, classe 1935, mentre padre Roberto Carlos Mendoza si trova a Kigali per un incontro internazionale dei giovani con la comunità di Taizé. Interessante: più di duecento giovani da Goma hanno partecipato a questo incontro di preghiera e di testimonianze, accolti nelle famiglie dal 15 al 18 novembre.

Quanti sono i profughi?

Sabato 17 - Si sentono voci che a una trentina di chilometri da Goma ci sono scontri tra l'esercito nazionale e il gruppo degli M23. Un parrocchiano, verso le 15, ci dice che veniva da non molto lontano dal luogo del conflitto: "La tensione era alta stamattina". Pensavo tra me che si trattasse dei "soliti" movimenti che, da diversi mesi creano insicurezza e spostamenti di civili che si ammassano nei campi profughi.

Quanti saranno i profughi? È difficile saperlo, visto che per natura sono in movimento continuo: ma le cifre di coloro che sono assistiti a Mugunga (la parrocchia vicina a Ndosho) e a Kanyarucinya (a nord di Ndosho) possono arrivare anche a 100.000.

Il messaggio di una donna

Domenica 18 - Celebriamo quattro sante Messe, tre in parrocchia e una in un settore. All'ultima Messa, dopo la Comunione, consigliano al celebrante di terminare un po' in fretta. Sono le 12. Infatti, in mattinata, degli obici dell'esercito sono lanciati nei pressi dell'aeroporto per allontanare gli M23 che si avvicinano alla città. Alle 13, anche la missione dell'Onu interviene con armi pesanti.

Una signora è venuta a parlarmi. Vedendo che mi trattenevo a lungo con un gruppo di laici amici dei saveriani, mi manda un messaggio: "Vorrei vederti per qualche minuto. Poi rientro, perché il clima della città si è inquinato molto" ("hewa ya mji imechafuka"). Mi colpisce il fatto che, per questioni di vita spirituale, una persona ci tenga a parlare al missionario per essere riconfortata, per ricevere la benedizione divina, per poter riprendere vita.

Ricordano le scene della guerra

Più tardi, ci dicono che in mattinata le autorità del luogo sono scappate in tutte le direzioni. Verso le 18 ospitiamo nel cortile della parrocchia circa 300 persone: vengono da tre villaggi in cui ci sono stati forti scontri al mattino: Muggia, Mutao e Kanyarucinya.

Passando fra i profughi, assieme a padre Piero e alle suore Piccole Figlie che collaborano in parrocchia, notiamo il panico di questa gente che continua a ricordare le scene della guerra. Ma notiamo pure la capacità di adattamento di coloro che cercano di raccogliere i sassetti della lava e, con un po' di carbone, preparano il fuoco per scaldare un po' di riso, fagioli e patate... Gli uomini proteggono le loro capre legandole agli alberi del nostro cortile... E anche le capre approfittano di un pasto d'erba (fortunatamente un po' lunga) del prato sassoso.

Alle 21 tutto tace. Non vola neanche una zanzara. Il vulcano Nyiragongo, stranamente, dà una luce più rossa del solito. Un confratello congolese mi manda un messaggino: "La situazione di Goma mi dà l'insonnia. È inaccettabile e incomprensibile. È umiliante. Bisogna salvare il paese. Uniamoci!".

Tornano i giovani da Kigali

Lunedi 19 - Ore 9 e 50, ho finito di celebrare la Messa, seguita da molte confessioni. Ascoltandole, dentro di me leggo la sete di Dio, il profondo desiderio di vivere in comunione con lui e la gioia del perdono. Mi rimane impressa l'immagine di una persona inginocchiata sui gradini davanti al Santissimo. Ricordo che l'avevo confessata fra le prime... Era ancora là in adorazione.

Esco dalla chiesa: c'è calma. La gran parte degli sfollati della sera prima sono già partiti; gli ultimi lavano i loro vestiti con la poca acqua disponibile stendendoli sul prato al sole. Chissà dove andranno queste povere persone... Vedo passare gli alunni che rientrano da scuola: hanno detto loro che "non c'è scuola". Ed è così fino a oggi.

A colazione, ritrovo con gioia padre Roberto Carlos Mendoza, che è riuscito ad attraversare la frontiera con i suoi duecento giovani venuti da Kigali. Hanno dormito in condizioni di emergenza: momenti in cui apprezzi l'accoglienza come un regalo da non scordare.                                 

Antonina, missionaria laica di Salerno

Lunedi 19 - Alle 10 e 30 vado in centro città per vedere come sta Antonina Lo Schiavo, una missionaria laica di Salerno, che vive in Congo dagli anni '70. In questi giorni è da sola e abita vicino alle prigioni. Mi fa capire che ha vissuto un periodo brutto di panico i giorni precedenti. Vuole che mi fermi a pranzo: "Quel che c'è, perché il mercato in questi giorni non è ben fornito". Eppure, quel menù di pasta in bianco, frittata e zucca bollita ha un sapore speciale: quello della semplicità, della condivisione in tempi difficili, della fraternità.

Sento di dover rientrare subito alla missione; ma Antonina ci tiene a mostrarmi la sua scuola di alfabetizzazione, che accoglie circa duecento bambine. Naturalmente, le strutture in questi giorni sono vuote. Alle 14 e 40 saluto Antonina e vado dalla famiglia di Gilbert Mbula, un giovane saveriano congolese che ora risiede in Messico e frequenta l'ultimo anno di teologia.

Abitano a soli trecento metri da Antonina. Eppure, questa distanza mi è parsa enorme qualche minuto dopo. Alle 14 e 55 alcuni obici scoppiano vicinissimi; uno ci passa sopra i nostri tetti... È l'inizio di una lunga sinfonia durata fino alle 23 e 30. Eravamo seduti per terra, vicino alle pareti, in una piccola stanza con la mamma e i fratelli e le sorelle di Gilbert. Strano ma vero: non siamo riusciti a fare neanche un po' di conversazione, talmente il clima non lo permetteva.

Alle 17, in un momento di calma, trovo l'occasione di ripartire e rientrare da Antonina. Tornare alla missione di Ndosho, a 12 chilometri da lì, sarebbe stato correre grossi rischi. Da Ndosho mi dicono che gli sfollati sono almeno 400; ne sono arrivati più di ieri. Alle 20 sono andato a letto: fuori, al chiaro di luna, ancora spari intercalati da un silenzio pesante in piena città!



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