Il caldo, le piogge e un anno intenso alle spalle
Il giorno di Natale, a mezzogiorno, qui a Chemba, in mezzo alla savana, sulle rive del grande fiume Zambesi, c’erano oltre 50 gradi. Avevamo cominciato la messa alle 8 del mattino con una temperatura che, speravamo, avrebbe ragionevolmente garantito le condizioni minime di sopravvivenza. Tuttavia, due ore dopo, al momento della benedizione solenne, il fervore di fede, canto e tamburi, distoglieva l’attenzione dai micidiali 40 gradi che andavano aumentando implacabilmente.
Queste settimane d’estate africana, nonostante il caldo tremendo, sono arrivate come una benedizione a rallentare un anno, il 2019, decisamente intenso, cominciato con un avvicendamento nella nostra comunità. Siamo rimasti in tre ma, a febbraio, p. Enrique è partito per Dondo, mentre è arrivato p. Innocent, congolese di 34 anni. Ho lasciato così la responsabilità dello studentato al nuovo arrivato e ho assunto quella della scuola. In più, p. Bonanné, il parroco, è stato in Italia sei mesi circa per un corso di formazione e noi siamo rimasti in due col lavoro di tre.
Il grande caldo coincide con la stagione delle piogge. Poco prima, abbiamo terminato la seconda delle due visite annuali alle settanta comunità della parrocchia di Chemba, la più distante delle quali si trova a 120 chilometri. Partivamo il sabato mattina all’alba e si tornava la domenica sera. Abbiamo incontrato la vita, la fede, le sofferenze, le lotte, le speranze della gente, dormendo per terra in una capanna, mangiando con le mani quello che ci era offerto con semplicità e generosità. Cercando e trovando Dio lì in mezzo.
È anche il tempo delle ferie: l’anno scolastico comincia ai primi di febbraio. I più giovani, dopo avere aiutato la famiglia nei campi, se hanno amici o parenti in città, vanno volentieri a trovarli, anche per spezzare il ritmo quotidiano della campagna.
Nel nostro caso “città” significa Beira, capoluogo della regione. È stata l’epicentro dell’uragano Idai, che a marzo ha devastato tutta la zona centrale del paese. Sono stato a Beira a luglio e a dicembre. La città sta voltando pagina con una capacità, serenità e positività di rigenerarsi tutte africane. I tre saveriani che sono a Dondo (30 chilometri da Beira) stanno realizzando un buon lavoro con il contributo di umanità arrivato da tanti amici dall’Italia. In una prima fase, hanno aiutato le famiglie più colpite con beni di prima necessità. Ora, stanno sostenendo alcune famiglie povere nella ricostruzione delle loro abitazioni. Al tempo stesso, stanno ristrutturando la chiesa, le sale della parrocchia e le cappelle delle dodici comunità urbane, fortemente colpite dall’uragano.
Beira dista 500 chilometri da Chemba. Per chi non ha una macchina, i primi 40 si fanno sul cassone posteriore di un camion. I restanti si percorrono comodamente stipati sul treno che due volte a settimana viaggia sulla linea ferroviaria, impegnata nei restanti giorni dal trasporto del carbone dal giacimento minerario di Moatize al porto di Beira. Il treno è dotato di tre classi: la prima non esiste, la seconda sono vagoni letto, mentre la terza, molto economica, trasporta persone e galline. Cosa non si fa per vedere come è fatta la città!







