Il bisogno di “sbattere la testa”
Un pezzo di diario della mia giovane vita
Eccomi qua! Non mi sembra ancora del tutto vero, eppure… Il 7 settembre scorso sono stato accolto dalla famiglia saveriana come studente presso la comunità di Desio. Incredibile: con tutte le strade che un giovane ha davanti a sé, proprio questa! E proprio io! Guardandomi bene dietro alle spalle, continuo ancora oggi a stupirmi di come veramente il Signore non si stanchi mai di scrivere diritto sulle righe storte…
Una strana inquietudine
Fin da ragazzo non mi è mai piaciuta la religione facile, fatta di emozioni, parole fin troppo scontate, maestose liturgie e belle retoriche, anche se questo tipo di religione alloggia spesso nelle nostre realtà. Ero inquieto: odiavo essere tiepido, volevo essere entusiasta, attaccato a qualcosa di vero, per cui valesse la pena spendere la propria vita.
E pensare che sono stato fortunato da subito: ho infatti avuto la possibilità di crescere in una comunità parrocchiale - quella di santa Margherita di Lissone - viva, fondata su giovani attivi, con la presenza di un parroco capace di stare con semplicità tra la gente. Avevo amici schietti, sinceri compagni di cammino, ma tutto ciò non bastava.
Avevo bisogno di “sbattere la testa”, di riconoscere la presenza di Cristo.
Ciò è avvenuto in una casa di accoglienza in Umbria. Sono stato lì con gli ospiti, toccando con mano diverse situazioni di povertà, imparando da loro a voler bene, donando tutto quel poco che si ha e che si è. È stata un’esperienza che mi ha toccato in profondità, ha sconvolto il mio quieto vivere, i progetti che fino ad allora mi ero fatto. Sentivo il bisogno di chiedere aiuto, di lasciarmi guidare da qualcuno che si era già trovato in una situazione del genere.
Occhi, orecchie e bocca
Il mio pensiero corre così subito a padre Sante, un saveriano originario della mia parrocchia. L’avevo incontrato il giorno della sua professione religiosa. Il suo sguardo commosso mi era rimasto nel cuore. Così sono andato a bussare alla porta dei missionari saveriani.
Il mio cammino, da allora, si snoda lungo un percorso nuovo e imprevedibile. Cerco di aprire gli occhi sull’enorme ricchezza che gli altri hanno; cerco di aprire le orecchie per ascoltare il grido di giustizia urlato dai tanti popoli del cosiddetto terzo mondo, oppressi dalla nostra opulenza; cerco di aprire la bocca per esprimere la decisione di stare dalla loro parte e di unirmi al loro grido, che non riesce ancora oggi a entrare nelle nostre case.
La fortuna del missionario
Questo cammino prosegue sempre più ricco, stimolato dall’incontro con coloro che hanno saputo dare tutto, seguendo Cristo Signore: i tanti missionari passati di qui e i profeti dei nostri tempi, tra cui monsignor Oscar Romero. Il respiro si fa più ampio e il passo più lungo. Sono arrivato fino in Brasile, dove è facile innamorarsi di Cristo, camminando in mezzo alla gente e osservando la missione tra gli indio kayapò: cogliere le meraviglie che Dio ha sparso nel mondo, dar loro dignità e lasciarle fiorire in silenzio.
Insomma, ho iniziato a capire la vera fortuna del missionario: è uno straniero, un immigrato, che deve chiedere accoglienza e amore, senza magari sapere nemmeno pronunciare bene la domanda nella lingua locale. Proprio così: chi è più povero di un forestiero?
Il cammino per ora è giunto a questa tappa, che è anche un nuovo inizio. Voglio solo esprimere un grande “grazie”, di cuore, a tutti coloro che mi hanno fatto innamorare della missione e di questa famiglia saveriana; un “grazie” a tutti coloro che mi hanno aiutato a intraprendere questa strada…
Ci divertiremo!







