I bambini non sono un ''addobbo'', Una storia di oltre 165 anni
Quando seppe che lavoravo nelle Pontificie opere missionarie (POM) il bravo parroco si entusiasmò.
- "Caro padre, gran cosa questa infanzia missionaria! L'ho vista in azione nella parrocchia vicina: in occasione della festa del Corpus Domini, accanto al baldacchino, tutti quei ragazzi con le tuniche colorate; verde, rosso, azzurro, giallo e bianco. Uno spettacolo! E subito mi sono detto: la voglio anch'io nella mia parrocchia".
Il confratello era così infervorato che non mi guardava in faccia, pur essendo accanto a lui. E così non fece caso al sorriso piuttosto verdognolo con cui io ascoltavo i suoi ..."elogi".
Sì, sorriso verde, ed è ancora poco. Ridurre la gloriosa infanzia missionaria o "santa infanzia" a un addobbo di processione mi era parso davvero troppo. Non che io non dia importanza alle processioni. Ci mancherebbe altro. E sono ben contento che i bambini e i ragazzi dell'infanzia e dell'adolescenza missionaria (IAM, come la chiamiamo qui in Brasile), partecipino e siano notati nelle celebrazioni della comunità. Ma non mi rassegno ad accettare che la IAM sia usata per abbellire le processioni, come se fosse un banale festone o una bella infiorata.
La storia cominciò così
L'infanzia missionaria è stata fondata dal vescovo francese mons. Charles Forbin-Janson, nel 1843, per rispondere alle angosciate richieste di aiuto da parte dei missionari della Cina. Le loro lettere raccontavano scene raccapriccianti di neonati abbandonati sul ciglio della strada, di genitori che "vendevano" i figli per non vederli morire di fame...
La Francia di quei tempi certamente non nuotava nel benessere: basti pensare che era l'epoca in cui gli operai lavoravano 16 ore al giorno, senza nessuna protezione sociale e i ragazzini entravano nel mercato del lavoro prima ancora d'imparare a leggere e scrivere. Ebbene, è a questi ragazzini che il vescovo di Nancy chiese aiuto per soccorrere i loro coetanei cinesi.
È nata così l'Opera della santa infanzia. I genitori erano invitati a "dare il nome" dei figli all'Opera, specialmente in occasione del battesimo, e volonterose zelatrici tutti i mesi passavano a raccogliere l'obolo degli iscritti.
Seconda fase: francobolli e stagnola
Non tardò molto ad accorgersi che i bambini potevano fare molto di più. E venne quella che possiamo chiamare la fase "dei francobolli e della stagnola". Io stesso l'ho vissuta quando ero in seminario nelle Marche. Soldi nostri non ne avevamo. Ma cosa non s'inventa quando si vuole... Scoprimmo che la carta stagnola e i francobolli usati potevano essere venduti. E noi diventammo cacciatori appassionati di francobolli e di carta stagnola.
Non fummo soli. Il papa Giovanni Paolo II, in un messaggio mandato ai ragazzi dell'infanzia missionaria nel mondo, in occasione del 160º anniversario della fondazione, scrive:
"Quanti ragazzi in Europa, in America, in Asia, in Africa e in Oceania pregano e lavorano per questo stesso ideale! È stato creato un fondo mondiale di solidarietà, incrementato da offerte che giungono da ogni parte della terra. Da esso si attinge per finanziare piccoli e grandi progetti destinati all'infanzia. Ci sono bellissime storie di bambini che, per adottare a distanza loro piccoli amici, si sono fatti venditori di stelle o raccoglitori di francobolli; per liberare i loro coetanei costretti a fare i bambini-soldato, hanno rinunciato a un giocattolo o a uno svago costoso; per finanziare i libri di catechismo o per costruire scuole in zone di missione, si sono impegnati in varie forme di risparmio. E gli esempi potrebbero continuare. Sono più di tremila i progetti che i bambini missionari stanno finanziando con i loro contributi. Non è un vero miracolo dell'amore di Dio, vasto e silenzioso, che lascia un segno nel mondo?" (6 gennaio 2003).
Uno dei preziosi effetti collaterali di quelle attività "commerciali" fu l'interessamento per le missioni. Fin da piccoli leggevamo con passione le riviste missionarie, mantenevamo corrispondenza con i missionari e la loro visita nei seminari e nelle parrocchie era attesa e gradita come una festa.
Terza fase: evangelizzare i coetanei
Sono passati tanti anni da quella bella esperienza in seminario. Ho ritrovato l'infanzia missionaria sul mio cammino dieci anni fa, dopo più di trent'anni vissuti in missione. Anzi, non l'ho trovata sul mio cammino; in un certo senso, me la sono trovata sulle spalle. Incaricato di seguire la formazione degli assistenti adulti dei ragazzi dell'infanzia missionaria, mi sono imbattuto in un grande "cantiere". Dopo essere stata per un secolo e mezzo praticamente assente qui in Brasile, l'Opera stava partendo con un nuovo travolgente impulso.
In quel momento mi è stato di grande conforto il messaggio del Papa sopra citato.
Giovanni Paolo II proponeva ai ragazzi - e quindi a noi animatori adulti - quattro cose:
- un programma: che ha come fondamento la preghiera, il sacrificio e i gesti di solidarietà concreta;
- un impegno: diventare evangelizzatori dei propri coetanei;
- una "filosofia di vita": condividere la sorte dei bambini costretti anzitempo al lavoro e di soccorrere l'indigenza di quelli poveri; solidarizzare con le ansie e i drammi dei bambini coinvolti nelle guerre dei grandi, restando spesso vittime della violenza bellica; pregare ogni giorno perché il dono della fede, che noi abbiamo ricevuto, sia partecipato a milioni di nostri piccoli amici che ancora non conoscono Gesù;
- una conseguenza infallibile: l'impegno missionario aiuta noi stessi a crescere nella fede e ci rende gioiosi discepoli di Gesù. La solidarietà verso chi è meno fortunato ci apre il cuore alle grandi esigenze dell'umanità.
Nei bambini poveri e bisognosi possiamo riconoscere il volto di Gesù.








