Giovani e Missione: aveva ragione Montanelli
Sono da poco tornata da un’esperienza di volontariato in missione. Raccontare l’Africa non è facile: è il Paese delle mille contraddizioni, della natura da cartolina e degli animali esotici, ma anche di un’umanità che soffre, spesso in silenzio.
La Guinea è un fazzoletto di terra a sud del Senegal, grande poco più di Lombardia e Veneto insieme; nella classifica stilata dall’ONU dei Paesi più poveri del mondo occupava il sesto posto, questo prima della guerra civile, durata un anno intero e finita nel febbraio 2000, che ha distrutto quel poco che c’era.
Sin dall’arrivo all’aeroporto sembrava di essere catapultati indietro nel tempo.
Non hanno senso qui le etichette di Terzo o Quarto mondo usate per definire i Paesi sottosviluppati, questo è proprio un mondo "altro", un mondo primitivo, che crede all’iran, potente spirito della vita e signore della morte, che celebra ancora riti d’iniziazione, un mondo antico dove non esistono le nostre abitudini di vita associata e tutti trovano naturale gettare a terra i rifiuti o fare la pipì nel punto in cui si trovano.
L’Africa che ho visto in Guinea non è quella del safari né quella dei club di vacanze esclusive, è l’Africa di chi ci lavora, di chi ogni giorno tenta di trovare una risposta alle mille necessità di questi ultimi: è l’Africa di chi crede che Dio sia nero e questi uomini li ama davvero.
Mi tornano spesso alla mente alcune immagini, tracce indelebili fissate nella mente: la pazienza disuor Anache spiega per la centesima volta alle mamme come preparare le pappe ai più piccoli; prima che venissero le suore, le donne davano loro il latte finché non erano in grado di mangiare riso, causando così notevoli ritardi nello sviluppo. Mi torna alla mente il creolo sicuro diRoberta, giovane veronese che partecipa ad un Progetto di cooperazione e sviluppo. Vive lì, insegna cucito alle donne e come infermiera tenta di spiegare loro che la malaria, che qui si prende con la facilità di un raffreddore, non è una punizione dello spirito ma si può curare se combattuta in tempo. Sento ancora la voce delpadre Francescano, che mi racconta le storie dei parrocchiani di Safim: la ragazzina che ha una lesione inoperabile alla spina dorsale e tra qualche tempo non camminerà più, il vecchio (vecchio si fa per dire, l’età media è di 40 anni!) che aspettava la Toyota sotto un albero di baobab solo per salire e fare un giro, cui amputarono la gamba con il machete perché sorpreso a rubare l’acciaio delle mine.
La filosofia dei missionari mi piace paragonarla a quella vecchia canzone che cantavamo ai Campi scuola e dice "aggiungi un posto a tavola".
Ovunque andassi, nessuno si preoccupava di sapere da dove venivo o perché fossi lì, ma si adoperavano in tutti i modi e con entusiasmo per farmi conoscere la realtà in cui lavorano, accompagnandomi, facendomi sperimentare più cose possibili. E sono stati tolleranti e comprensivi di fronte alle mie occidentali paure: paura di essere toccata, di prendere i pidocchi, di entrare nel padiglione dei malati di TBC all’ospedale di Cumura.
Montanelli affermava che i soldi per i poveri del mondo li dobbiamo dare ai missionari: ha ragione.
Lì in Guinea avevano preso avvio molti Progetti di sviluppo, di singoli Paesi o di Organismi internazionali. Gli unici che non se ne sono andati durante la guerra sono stati i missionari. Non importa di quale Congregazione o colore, sono gli unici che lavorano senza ulteriori fini.








