Con p. Mario Giavarini - lui reggiano e io vicentino - la comunicazione era facile, perché era un uomo cordiale. I ricordi più spontanei hanno l’atmosfera quasi notturna quando, andando a letto, passava davanti alla mia stanza e, trovando spesso la porta socchiusa, si fermava spontaneamente per una chiacchierata sui… fatti del giorno.
Mi colpiva la sua spontaneità, la prospettiva ottimista dei fatti, la sua preferenza per il silenzio quando mi capitava di esprimermi su un argomento in modo negativo.
Credo che padre Mario fosse allergico alla critica, anche se era capace di chiamare le cose con il loro nome. Un tema che condividevamo, con comune senso di sofferenza, era la nostra incapacità o impossibilità di estendere la nostra presenza e azione missionaria in qualche campo nuovo o diverso.
Nel nostro conversare spesso affiorava un ricordo nostalgico e riconoscente di p. Antonio Benetti, colto da infarto pochi mesi prima. Abbiamo sognato insieme che i superiori avrebbero mandato qualcuno per rimpiazzarlo.
Ora sono insieme nella casa del Padre, e spero che continuino a sognare, anche perché il proverbio dice che “bisogna essere in due con lo stesso sogno affinché possa avverarsi”.