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La catechesi ha seguito per molto tempo un’inquadratura classica, quasi scolastica. Si formavano le classi in base all’anno di nascita, si impartiva la lezione che durava più o meno un’ora e per ultimo si assegnavano i compiti da svolgere a casa. Negli ultimi anni, questo schema va scomparendo, sostituito da “nuove” metodologie. 

Abbiamo capito che la fede è molto più grande del “sapere”. Non è la quantità di contenuti, infatti, che ci fanno discepoli di Cristo. Abbiamo anche compreso che la fede è trasmessa da una comunità, piuttosto che da un singolo individuo, per quanto carismatico e simpatico sia. Un catechista eccezionale che ci sa fare con i ragazzi e che incanta i bambini, sicuramente sarà capace di intrattenerli, ma trasmettere la fede che possa guidare la vita, è altra cosa. Ma, allora, in che cosa consiste la trasmissione della fede?

È un dono, viene da Dio e aspetta di essere accolto. Si tratta di imparare ad accoglierlo. Vorrei particolarmente rivolgermi a voi genitori, perché siete i primi ad essere chiamati all’insegnamento di quest’arte, anche se forse preferite delegare a chi è preparato e competente. Ma pensate a quando è nato vostro figlio/a, vi sentivate preparati, vi sentivate esperti? E considerate di aver fallito? Sicuramente siete caduti in più di un errore, ma non tutto è andato storto. Pensate che cosa ha funzionato secondo voi. C’è qualcuno che vi ha aiutato? In che modo? Vi invito a non sottovalutarvi, arrendendovi agli “esperti”.  Credo che i vostri figli vi apprezzino…

Noi Saveriani a Buttrio e Pradamano abbiamo proposto, per una volta al mese, che i bambini rimangano a casa con voi, anziché venire a catechismo, raccomandandovi di spegnere la televisione, mettere computer e tablet dove non siano a portata di mano e il telefono in modalità silenziosa. Vi sedete attorno al tavolo di cucina o in salotto e parlate di un argomento di catechesi ponendo per esempio queste domande. Come ci parla Dio? Quali immagine di Gesù ho personalmente? Quali doni penso mi abbia dato?… E altro che il catechista vi avrà suggerito.

In questa riunione familiare nessuno è maestro, tutti hanno diritto di parola e dovere di ascolto, senza interrompere per imporre la propria ragione. Non preoccupatevi di giungere ad una conclusione dove tutti sono d’accordo. Cercate di dare una solennità a questo momento (che chiamate preghiera in famiglia o come desiderate), mettete una tovaglia in tavola, accendete una candela e disponete anche un’immagine sacra o una croce. Gesù, dopo la morte in croce, appare ai discepoli e si mette sempre in mezzo a loro.  Ebbene se voi dialogate con il vostro bambino/a, e parlate di Gesù, Lui viene in mezzo a voi. È in mezzo: ciò significa che non è più vicino a qualcuno, Lui non esclude nessuno, è con e tra tutti voi. E anche se parlate e non dite formule a memoria, il vostro dialogo è preghiera.

Questo stare assieme ci fa crescere ed imparare ad accogliere e non a vincere sugli altri, a non cercare sempre il podio. Nascerà così anche il rispetto e non si coverà l’odio e con esso il capriccio della rivincita, ma soprattutto comincerà ad essere seminato un briciolo di fede. Crederemo che là fuori (fuori dal mio io, dai miei bisogni, dai miei mi piace) esiste un mondo più grande, quasi misterioso, che non posso possedere con i miei pensieri, i miei sogni, un mondo che mi supera. Gesù lo chiama Regno di Dio e racchiude una promessa di comunione e non di guerra, in cui ci sarà finalmente uno spazio per fratelli/sorelle e quindi anche per Dio. Scoprirò che il mio io non è infinito e grande come vorrei, ma che è bello il noi, è bello Dio Padre.



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