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È già passato un anno dal mio viaggio in Bangladesh, dopo 40 anni di forzata assenza, dovuta a una grave malattia cardiaca. Ho già parlato di questa esperienza personale nelle pagine di aprile scorso, con l'articolo “Un mese in paradiso”, e poi a maggio e a novembre con “La casa della speranza”, “I re magi in missione” e “La tomba in cortile”.

Quando si litiga...

Oggi voglio raccontare alcuni episodi di bontà, simili ai fioretti di san Francesco d'Assisi, accaduti in Bangladesh, e precisamente ad Asharbari , nome bengalese che significa “casa della speranza”. Fondata da padre Gabriele Spiga 30 anni fa, Asharbari è una comunità per disabili islamici e hindu, assistiti da musulmani, hindu e cristiani. È un piccolo mondo in cui accadono cose grandi, come perdonarsi a vicenda dopo qualche litigio furibondo, aiutarsi fraternamente nelle necessità, giocare insieme, riunirsi sotto un unico tetto per vedere i programmi dell'unica televisione del villaggio, offrirsi una caramella o qualche arachide.

Ecco quanto mi scrive p. Gabriele: “Non sempre e non tutto è roseo. Nel piccolo villaggio di Rogonnathpur, i cristiani si sono picchiati di santa ragione. Speriamo che una volta o l'altra non ci scappi il morto. Anche qui da me, ad Asharbari , ogni tanto succedono dei bisticci colossali. Però devo ammettere che i nostri musulmani e hindu qualche volta sono migliori dei nostri cristiani; migliori anche dei sacerdoti e delle suore, quando non sono capaci di perdonare e di fare la pace”.

... se poi son donne!

Padre Gabriele racconta anche un episodio molto significativo. “La settimana passata Jhorna, la moglie di un poliomielitico hindu, ha avuto una lite colossale con Sucitra, la giovane sposa di un altro poliomielitico. Un litigio tra donne... Il giorno dopo la lite, Sucitra, che è incinta, doveva andare a una visita di controllo al nostro ospedale di Jessore e aveva assoluto bisogno di essere accompagnata da una persona che conoscesse la strada, il posto, i medici”.

Allora padre Gabriele suggerisce astutamente che ad andare con lei fosse proprio la “nemica” Jhorna: “È l'ideale, perché ha partorito là i suoi due bambini, è esperta e sa a chi deve rivolgersi”. Per i due mariti, però, la proposta era impossibile da accettare, visto quello che era successo il giorno prima. A questo punto, p. Gabriele aggiunge: “Sarebbe un'ottima occasione che Dio vi offre per fare subito pace...”.

Capaci di perdonare

Si trattava di una vera impresa. Ma i due mariti erano d'accordo con l'idea del missionario e si danno da fare tutto il giorno per ammansire le proprie mogli. Verso sera, Sucitra, a passi lenti, si avvicina allo casetta di Jhorna, mentre padre Gabriele pregava nel suo cuore che si compisse il miracolo e si sciogliesse la montagna di rabbia e di rancore che bloccava i loro cuori.

In tarda serata, il marito di Sucitra si reca dal missionario e gli dice: “Domani mattina partiamo presto con la corriera”. “Bene - risponde p. Gabriele - e con chi andate?”. “Con Jhorna”, dice l'uomo mentre sul suo volto si allarga un sorriso enorme da illuminare il buio della notte!

La lettera del caro padre Gabriele conclude così: “Se fosse stato possibile, li avrei battezzati all'istante. Ma non era necessario, penso. Perché agli occhi di Dio chi è capace di perdonare è già battezzato... Più battezzato di chi è cristiano, ma non perdona e non dimentica!”.



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