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Sono un Saveriano in famiglia per accudire la mamma di 95 anni, ma oltre alla redazione del Giornale, sono collaboratore nella parrocchia di san Biagio di Rivoltella di Desenzano del Garda, con supplenze nelle varie parrocchie del vicariato del lago bresciano. Questa zona, pur essendo in provincia di Brescia, fa parte della diocesi di Verona. Il 9 e il 10 ottobre il vescovo Domenico Pompili, dopo aver pubblicato la sua nuova lettera pastorale sulla Luce, ha convocato l’Assemblea del clero della diocesi per riflettere sul tema: “Come essere preti e diaconi oggi?”.

Eravamo più di 400 presbiteri e diaconi, religiosi e missionari, riuniti in maniera sinodale intorno al vescovo Domenico. Organizzati in gruppi formati da provenienze, età e ruoli diversi, nella chiesa di San Giuseppe nell’ex seminario di San Massimo, per vivere e custodire, in quanto ministri ordinati, l’essenziale della fede nell’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto, nella complessità del tempo presente.
L’Assemblea ha avuto uno svolgimento partecipativo, con momenti di preghiera, ascolto, confronto nei gruppi e di raccolta degli stimoli in sintesi, operate dal vescovo Domenico. Il metodo è stato quello esperienziale lasciandoci guardare prima dall’esterno per capire la percezione che altri hanno di noi. Sono intervenuti uno psichiatra, due giovani donne, una coppia e un vescovo di un’altra diocesi.

Dopo aver iniziato con una riflessione sulla Parola donata dalla liturgia, il vescovo Domenico ha dato la parola al professor Vittorino Andreoli, psichiatra e saggista, con una riflessione dal titolo “L’ostinata fedeltà alla storia”. Lui vede preti e diaconi come uomini che hanno per missione l’attenzione all’uomo e al sacro che si trova in ognuno di loro. L’uomo infatti è stato fatto bene da Dio: se in lui ci sono le categorie della razionalità, così valorizzate oggi, bisogna sapere che ci sono anche le categorie del sacro che permettono di percepire il mistero. Davanti al mistero scopriamo la nostra fragilità e con lei il senso del limite. Questo fa la grandezza dell’uomo.

Se la nostra società dà troppa importanza al pensiero razionale evitando ogni limite, resta profondamente profondo il bisogno di rispondere alle fragilità che manifesta il nostro limite, condizione che ci fa affacciare al mistero e dunque al sacro. L’umanità, nella confusione del tempo presente, ha bisogno del sacro e chi ha ricevuto l’ordine sacro è chiamato a percepirlo nelle persone che incontra per aiutarlo a intravederlo.
Le testimonianze delle due giovani e del marito della coppia hanno manifestato l’importanza della paternità spirituale, sperimentata nell’ascolto e nella vicinanza. In questo tempo di smarrimento c’è bisogno di persone che parlino di speranza, luci e gioia. Più le relazioni sono vere e fraterne, più si percepisce la bellezza della persona al di là del suo ruolo che spesso può inibire. La relazione è dunque la cosa più importante da valorizzare con affetto, fiducia e stima.

L’intervento di mons. Gualtiero Sigismondi, vescovo di Orvieto e Todi è stato molto dettagliato. Ha chiamato sacerdoti e diaconi a coltivare l’instancabile dono di sé, ad essere vigilanti nella preghiera, lieti ed accoglienti nel servizio della comunità. Si è ispirato all’esempio delle api, che sono citate nel preconio pasquale, che mettono in risalto comunione gerarchica e collegialità. Il servizio sacerdotale è associabile all’operosità delle api, dice il vescovo, il cui ronzio aumenta in condizioni di emergenza. Si chiede: in un presbiterio, in quali circostanze cresce il ronzio?

Poi, il presule ha elencato una sorta di decalogo per una consapevolezza rinnovata: quando la fraternità sacerdotale è ridotta alla stessa stregua di un vago affetto; quando la resistenza a camminare insieme rende corto il respiro missionario; quando l’abitudine a calzare le pantofole fa sentire stretti i lacci dei sandali; quando i punti dell'8x1000 remunerano la negligenza anziché la sollecitudine; quando la meditazione e l’adorazione non sono inseriti all'ordine del giorno; quando il cuore scarica il peso del giogo pastorale che grava sulle spalle; quando gli occhi, “lampada del corpo”, perdono l’orientamento a guardare in alto; quando la paternità rinuncia all’autorevolezza del proprio carattere asimmetrico; quando non si coltiva la disciplina che allena a congedarsi come “servi inutili”; quando il Fiat non è confermato dal Miserere e rinnovato dal Magnificat…

Una delle priorità fatte emergere da mons. Gualtiero è quella di favorire “una certa vita comune o una qualche comunità di vita, che può naturalmente assumere forme diverse: può trattarsi, cioè, di coabitazione, là dove è possibile, oppure di una mensa comune, o almeno di frequenti e periodici raduni”, come richiede il Concilio Vaticano II.

Nei lavori di gruppo si è riflettuto in modo dinamico sui vari interventi con lo scopo di far emergere gli elementi principali da consegnare al vescovo di Verona, affinché possa trarne alcune conclusioni essenziali e operative per esplorare un cammino d’insieme. Sono emerse consonanze e dissonanze. L’orizzonte si è presentato positivo anche se non sono mancate le provocazioni e i desideri non sempre soddisfatti. Tanti gli stimoli dunque per la riflessione raccolti nei due giorni di lavoro che potranno essere utili a “restituire alla Chiesa di Verona quella luce riflessa, e quindi discepolare, che essa è chiamata a riverberare per mandato del suo Signore”, come ha precisato mons. Pompili citando la sua ultima lettera pastorale. “La Luce come orizzonte comune, l’inquietudine come cifra essenziale, le proposte di una formazione esperienziale e fraterna, oltre alle infinite iniziative da mettere in atto per il coinvolgimento del Popolo di Dio e di chi sta fuori dai circuiti ecclesiali”.

Attorno alle tre finalità illustrate nella sua lettera pastorale, che dovranno essere il contesto in cui collocare tutta la vita sacerdotale, ossia missione, servizio e stile sinodale, l’obiettivo sarà ora di “costruire un orizzonte condiviso, seppure nelle nostre differenze, e di osare la profezia che ci autorizza a sentirci, raccontarci e viverci come preti e diaconi a servizio della chiesa di Verona”.



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