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Esportazioni pericolose e… silenziose

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Sono trascorsi trent’anni dall’entrata in vigore (era il 9 luglio 1990) della Legge n. 185, che ha stabilito “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”. La legge fu fortemente richiesta da un ampio movimento dell’associazionismo cattolico e laico anche a seguito degli scandali per i traffici di armi dell’Italia durante gli anni ottanta, quando il nostro Paese esportava mine antipersona a Iran e Iraq, in guerra tra loro.

Tra le iniziative di quel periodo vanno ricordate, oltre alle denunce di p. Alex Zanotellli e dei compianti mons. Tonino Bello e p. Eugenio Melandri, soprattutto la mobilitazione della Campagna “Contro i mercanti di morte”, promossa da Acli, Pax Christi, Mani Tese e Mlal e dalla rivista saveriana “Missione Oggi”. Nonostante le modifiche apportate nel corso degli anni, la legge 185/1990 è tutt’oggi attuale e sostanzialmente valida, ma risulta per lo più inapplicata. O meglio è stata e viene tutt’ora applicata badando soprattutto a non incorrere in plateali violazioni, ma non sono messi in atto i suoi principi ispiratori e criteri di valutazione.

Un confronto tra le norme della legge e i dati sulle esportazioni militari è indicativo di questa tendenza. La legge stabilisce che le esportazioni di armamenti “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”. I dati ufficiali della Relazione governativa mostrano invece che, negli ultimi quattro anni, i principali acquirenti di sistemi militari italiani non sono stati i Paesi alleati dell’Unione europea e della Nato, ma quelli dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, a cui sono state autorizzate esportazioni militari per quasi 17 miliardi di euro, pari al 51,2% del totale (33 miliardi di euro). Non solo.

La legge vieta espressamente l’esportazione di armamenti “verso i Paesi in stato di conflitto armato, i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”. Tra i maggiori destinatari dei sistemi militari italiani spiccano, invece, le monarchie assolute islamiche della penisola araba (Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman) e diversi Paesi del bacino sud del Mediterraneo (Egitto, Algeria, Israele, Marocco). Sono regimi universalmente noti per le gravi violazioni dei diritti umani, per il ricorso alla guerra e per gli interventi militari mai legittimati dell’Onu.

Queste esportazioni di armi vengono spesso giustificate dal fatto che la vendita all’estero di sistemi militari rappresenterebbe un’importante risorsa per la nostra bilancia dei pagamenti e quindi per l’economia italiana. Non è vero. I dati ufficiali dimostrano che l’Italia esporta annualmente meno di 5 miliardi di euro di armamenti, una cifra rilevante, certo, ma che costituisce poco più dell’1% di tutte le esportazioni del nostro Paese (465 miliardi). Giusto per fare un confronto, nel 2019 sono stati esportati dall’Italia più di 52 miliardi di euro di veicoli e 31 miliardi di materiali elettrici ed elettronici. Il valore delle esportazioni di sistemi militari è di fatto pari a quello dei prodotti di “utensileria e ferramenta” (quasi 5 miliardi), ma nessuno rileva l’importanza economica di questo settore.

Le esportazioni di sistemi militari hanno, dunque, un valore marginale per la nostra economia, ma creano gravissimi danni umani. Si pensi alle bombe italiane inviate all’Arabia Saudita utilizzate nei bombardamenti indiscriminati in Yemen che, secondo le Nazioni Unite, “possono essere considerati crimini di guerra”. Tutto questo è stato reso possibile con la complicità e i silenzi di molti, non ultimo del parlamento.



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