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Sono alcuni giorni che rimuginiamo su questa frase dell'apostolo Paolo: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (2Cor 12, 9). Il mese passato, infatti, è stato particolarmente pesante. Abbiamo vissuto e stiamo vivendo molto la sensazione di debolezza e fragilità (se non altro fisica). Alessandra è stata ricoverata due volte in ospedale e suo padre ha subito un intervento al cuore.

Meno male che il Crocifisso c'è

Alessandra - Davanti al limite, sono due le sensazioni che ho sperimentato: abbattermi e preoccuparmi, o affidarmi a Dio confidando in lui. Sono contenta che negli ospedali ci siano ancora i Crocifissi appesi ai muri e che non siano in atto diatribe sulla questione se toglierli dalle pareti o lasciarli, come è avvenuto per le aule scolastiche. In un luogo di sofferenza (ma anche di speranza), un Uomo in croce non dovrebbe dare fastidio a nessuno. Io ci credo!

La settimana scorsa una persona mi ha fatto riflettere su qualcosa a cui non avevo pensato prima. Mi ha detto: "È per questo che ci chiamano pazienti: perché dobbiamo sempre aspettare con grande pazienza...". In effetti, l'ospedale è un mondo a parte, un micro cosmo con le sue regole sui tempi, soprattutto. La percezione del tempo è totalmente modificata e mi chiedo quale sia la vita vera: quella dentro o quella fuori l'ospedale...

Tutto il correre cui sono abituata perde senso e mi concentro sulle cose essenziali: potermi alzare, muovermi, lavarmi, mangiare... I miei sconosciuti vicini di letto diventano presto familiari, condividono la stessa esperienza di debolezza e le lunghe giornate da trascorrere riposando o aspettando le visite.

"L'esperienza della debolezza" mi fa andare all'essenziale della vita ed è triste incontrare qualcuno che non è in grado o non vuole apprendere la lezione della sofferenza, diventando un vicino insopportabile. La debolezza, se accolta, ci avvicina a Dio perché, affidandoci a lui, gli lasciamo le redini della nostra vita; capiamo che non siamo così indispensabili; che la vita continua e che solo l'amore resta.

Personalmente, la situazione di debolezza mi avvicina anche a san Guido Conforti, che ha realizzato la missione in un modo tutto speciale, nonostante la sua salute precaria e anche grazie ad essa, tentando così nuove vie per la missione...

Ripeto: fa' tutto con amore

Alessandro - La debolezza, la fragilità e aggiungo anche l'impotenza di fronte alle situazioni... sono cose con le quali non siamo abituati o non vogliamo "stare". Sono cose che rifiutiamo, più o meno inconsciamente; ma, come dice giustamente Alessandra, sono anche preziose occasioni per guardarci e percepire la realtà (non solo esteriore) con occhi diversi e crescere.

Ciascuno di noi, poi, legge la realtà che lo circonda con gli occhiali che decide di indossare. Per chi indossa gli occhiali della fede, anche la fragilità, la debolezza e l'impotenza diventano occasioni di crescita e di forza nella fede! Solo che, come succede nelle fiabe, i buoni vincono solo alla fine e il bene lo capiamo solo dopo, non "nel mentre".

Personalmente, cerco di far fronte alle situazioni più che gestire l'imprevisto. Ma diventando adulto (e scherzando con Alessandra, le dico: "specie dopo che ho conosciuto te..."), devo riconoscere che spesso mi sono ritrovato dentro situazioni di fragilità e impotenza.

Le cose che ha raccontato Alessandra sono uno di questi esempi. Se dentro l'ospedale la vita scorre come in un micro cosmo, chi rimane fuori vive la sensazione stretta di poter fare poco o nulla per colei che ama e sta male. Cerco di fare tutto quel che posso per essere vicino (fisicamente e spiritualmente) senza trascurare i figli. Corro tra lavoro, ospedale e casa, cercando di vivere tutto con spirito di servizio, anche se a volte la fatica sembra scoraggiarmi. Ma in quei momenti, mi ripeto sempre: "fa' tutto per amore!". Solo allora quel "tutto" acquista un "senso".

Sapendo che siamo in tempo fino a Pentecoste..., auguriamo a tutti Buona Pasqua di Resurrezione!



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