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Cari amici, la situazione del virus Ebola qui in Sierra Leone non è ancora sotto controllo. E lo stato d’emergenza è stato prolungato dopo i tre mesi già trascorsi. All’inizio anche noi missionari abbiamo avuto paura. Nessuno era preparato a una piaga di questo genere. Ho rivissuto alcune sensazioni provate durante la guerra: essere intrappolato in qualcosa di grave e che non può essere controllata. Anche se, in questo caso, si tratta di un nemico silenzioso. Basta poco per essere contagiati.

Serve un laboratorio

Il cambiamento nel nostro modo di relazionarci con gli altri è stato radicale. In Sierra Leone, come in gran parte dell’Africa, si vive per strada, ci si saluta stringendosi la mano a ogni incontro. Si mangia nello stesso piatto e si usano gli stessi utensili e gli stessi posti per lavarsi. Siamo stati i primi a dire che in chiesa, per esempio, non ci si poteva più dare il “segno della pace” durante la Messa. Ma era un primo segnale per insegnare a tutti che bisognava evitare il contatto fisico con chiunque.

Adesso stiamo cercando di raccogliere fondi per avere un laboratorio che permetta ai medici di sapere se il malato ha l’ebola oppure no, e quindi, se possono prelevare il suo sangue per i test o se possono operarlo. Nel nord del Paese non c’è ancora un laboratorio e tutti i prelievi devono essere mandati al sud. Questo richiede tempo e ritarda il processo di cura e prevenzione.

Soffriamo con chi soffre

Il virus si propaga perché in un’unica casa vivono più famiglie, che spesso usano la stessa toilette, gli stessi piatti, le stesse tazze, lo stesso letto. È impossibile prevenire il contagio. Per questo, si è reso necessario prelevare immediatamente qualsiasi persona con febbre per isolarla e mandare il suo sangue in laboratorio per gli esami. Se positivo, l’infettato viene trasportato al centro di cura, dove sopravvivono in pochi.

Come sempre in questi casi, gran parte degli stranieri che lavorano nelle miniere e nelle varie imprese lasciano il paese. Molte compagnie aeree sospendono i voli;

sembra che tutti fuggano e noi rimaniamo soli qui, perché le nostre motivazioni sono diverse e la dinamica dell’incarnazione richiede di soffrire con chi soffre...

Con coraggio e prudenza

Facciamo visita alle famiglie messe in quarantena. Insieme ad alcuni cristiani più coraggiosi, portiamo a tutti il riso, le cipolle, le foglie di cassava, il sal​e, l’acqua… e altri cibi che si raccolgono la domenica in chiesa all’offertorio. E sia pur in maniera ridotta, prosegue il lavoro di animazione con raduni di leader e maestri, approfittando della struttura capillare della chiesa e della fiducia che la gente ha nelle guide religiose più che nei politici.

Sono rimasto impressionato dal cambiamento in molti di noi, soprattutto nei missionari più giovani, come in poco tempo siamo passati dal panico ad azioni coraggiose, anche se sempre “prudenti”.

“Dio non ci ha abbandonato”

Qui a Makeni siamo due friulani, p. Michele Carlini di Turrida e io. Padre Michele sta aspettando che l’università riapra; io cerco di seguire un po’ tutte le comunità saveriane e di collaborare con la diocesi soprattutto nel sostenere gli ospedali.

In un raduno, presenti tutti i saveriani, abbiamo invitato il nostro medico a farci un aggiornamento. Ha cominciato così: “Grazie di essere rimasti; come siete rimasti con noi durante la guerra, anche ora siete qui a soffrire con noi”.

E un passante per strada vedendoci ha commentato: “Se i missionari sono qui c’è ancora speranza”.

Un musulmano anziano, dopo la visita dei missionari a una famiglia in quarantena ha detto: “Dio non ci ha abbandonato, il suo amore ci arriva attraverso la vostra presenza”.



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