Dov’è la nostra fede?
LA PAROLA
E avvenne che, uno di quei giorni, Gesù salì su una barca con i suoi discepoli e disse loro: “Passiamo all’altra riva del lago”. E presero il largo. Ora, mentre navigavano, egli si addormentò. Una tempesta di vento si abbattè sul lago, imbarcavano acqua ed erano in pericolo. Si accostarono a lui e lo svegliarono dicendo: “Maestro, maestro, siamo perduti!”. Ed egli, destatosi, minacciò il vento e le acque in tempesta: si calmarono e vi fu bonaccia. Allora disse loro: “Dov’è la vostra fede?”. Essi, impauriti e stupiti, si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che comanda anche ai venti e all’acqua, e gli obbediscono?” (Lc 8,22-25).
È una delle ultime volte che Gesù e i discepoli attraversano il lago di Tiberiade. Nulla è detto del perché di quel viaggio. È bastato che lui chiedesse di passare all’altra riva, quella delle “genti”, di coloro che non credono nel Dio d’Israele. L’unica cosa chiara è la meta: l’altra sponda, là dove saranno visti come stranieri da popoli che rifiutano il loro Dio.
Uscire dai propri confini per avventurarsi nel regno degli altri rappresenta sempre un’incognita, fors’anche una curiosità che attrae e spaventa. In quel “presero il largo” è nascosto il senso del racconto. I discepoli partono spinti da una parola venuta da fuori, da un altro. Anche se l’avessero rifiutata, sarebbe stata comunque risposta a un invito che non poteva nascere da loro. Gesù non fa promesse né detta condizioni, come aveva fatto in altre occasioni. Passare all’altra riva non ha altro fondamento che la fiducia nella sua parola. I gesti visti, i discorsi ascoltati finora, sono l’unica garanzia a cui è concesso aggrapparsi. Per il resto, quel lago l’avevano attraversato chissà quante altre volte. Che soprese potevano esserci?
Tuttavia, durante la traversata, Gesù s’addormenta. È un particolare insolito che non trova spiegazione dal contesto. Il sonno è simile alla morte, tant’è che i due termini sono spesso usati come sinonimi. Nel sonno i sensi si assopiscono, il corpo è inerme, la coscienza così oscurata che nulla può sulla realtà. Mentre fuori imperversa la tempesta e i venti si abbattono sulla barca riempendola d’acqua, Gesù dorme. Non sente? Oppure sente e non se ne vuol prendere cura? Il testo di Luca non contempla nessuna di queste domande, ma il prolungato silenzio di Gesù ci autorizza a porle. E non siamo certo i primi ad averlo fatto. Quanti altri hanno innalzato il loro grido straziante a un Dio inspiegabilmente muto, assente, quasi da ritenerlo morto?
“Maestro, maestro, siamo perduti!”. “Maestro”, epistáta, cioè colui che comanda, che sta sopra, ripetuto per ben due volte, sta lì a dire lo sconcerto di chi ha obbedito a un invito che può causare la loro fine. Ma lui si destò. Il grido non rimase inascoltato. In quel “destatosi”, verbo che richiama la risurrezione, c’è la vittoria contro la furia delle acque, simbolo di tutti i poteri distruttivi che minacciano l’umano. Nella forza della sua parola torna la calma.
Una volta passato il pericolo, Gesù butta lì una domanda che attende ancora una risposta: “Dov’è la vostra fede?”. È una domanda che si può declinare in tanti modi, ma non ci è dato affermare che la tempesta non li avrebbe sfiorati, o che l’avrebbero affrontata impavidi, tranquilli, se solo avessero avuto un briciolo di fede. In quell’avventurarsi verso la sponda pagana, nell’avvicinarsi a lui mentre dormiva per cercare di svegliarlo, in quel grido più potente del ruggito del mare, una fede, pur intessuta di paura e stupore, c’è stata.
Hanno visto la tempesta sottomettersi al rimprovero di Gesù, un prodigio che solo il Dio d’Israele poteva compiere. Eppure il miracolo non è bastato a fugare i dubbi. Una domanda esplode in gola: “Chi è mai costui?”. Un “chi è” che lascia spazio al non sapere, alla fatica del credere che tutti ci accomuna.







