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Don Ennio Apeciti: anno santo e santità

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La nostra Comunità accoglie presbiteri e gruppi per momenti di preghiera, riflessione e spiritualità guidato da ‘specialisti’ del settore. Noi Saveriani ne approfittiamo per trarne beneficio. In questo Anno Santo abbiamo voluto rivolgere qualche domanda a don Ennio Apeciti, presbitero della Chiesa di Milano e componente della Congregazione per le Cause dei Santi (la ‘fabbrica dei Santi’) in Vaticano.

In cosa consiste questo servizio nella Chiesa?
Alla Congregazione per le Cause dei Santi è affidato il servizio di ‘verificare la voce del popolo Dio’. Le Cause dei Santi si legano sempre alla fama di santità di una persona, fama che ha colpito talmente gli altri fratelli e sorelle che poi ne sono diventati devoti. Ovvero, vedono in lui o in lei l’esempio di un uomo o di una donna che ha vissuto veramente il Vangelo. Allora le Cause dei Santi, nel cosiddetto processo di canonizzazione, ascoltano la voce del popolo di Dio, una voce di Chiesa, per verificare, come è giusto e evitando ogni superficialità, se negli scritti, nelle parole e nelle testimonianze quest'uomo o questa donna ha vissuto veramente secondo il Vangelo, e se lo ha fatto in una maniera eccellente, superiore a quella che viene ritenuta ‘normale’; una media che la Chiesa definisce eroica. Infatti si parla di ‘eroicità delle virtù’, cioè di un valore alto da poter diventare modello di vita. 

E cosa si fa in questi casi?
È importante verificare se quest'uomo o questa donna può essere offerto come esempio. Può essere utile ritornare alla celebre frase attribuita a Sant’Agostino: “Se lui ce l'ha fatta, se lei ce l'ha fatta, perché non posso farcela io?”. E la Chiesa, siccome vuole essere convinta e agire sempre nel rispetto e nella serietà, verifica se ci sono testimonianze di vita, di scritti e di persone che garantiscono che questo sia avvenuto. A conclusione del processo resta il coronamento di un miracolo attribuito all’intercessione di questa persona.

C’è qualche differenza tra i Santi di ieri e quelli di oggi? 
Una differenza c’è, e forse è fondamentale, perché fino a papa Pio XI, e ancora di più a Giovanni Paolo II, il processo era così lungo e la verifica così complessa che potevano diventare santi solamente le persone eccezionali, oppure quelle che avevano alle spalle un ordine religioso o una diocesi. Di fatto, non si poteva cominciare il processo canonico prima dei trent’anni dalla morte, per verificare che non ci fosse una fama sbagliata. E solo un ordine religioso può garantire di tenere viva una memoria. Inoltre non si poteva procedere alla beatificazione e alla canonizzazione prima dei settant'anni dalla morte, proprio per evitare che ci fosse una moda. Con queste condizioni era difficile per un ‘fedele comune’ - della porta accanto - avere una tale continuità nel tempo; cosa più facile per il fondatore di un istituto religioso, un frate, una suora, o un vescovo che avevano alle spalle una realtà che continuava nel tempo. 

E i miracoli?
Un'altra differenza riguarda l'eccezionalità. Per la beatificazione erano necessari due miracoli e altri due per la canonizzazione. È stato Paolo VI che, seguendo quanto aveva detto il Concilio, ha stabilito che bastava un miracolo. Anche perché dimostrare un miracolo non è una cosa così semplice: su 100 in genere ne vengono riconosciuti 20. Questo indica la serietà dell’agire della Chiesa e insiste sull’idea della santità come un qualcosa di eccezionale. San Giovanni Paolo II ha superato tale logica e quando gli si è detto “ma perché tanti santi e tanti beati?”, ha risposto affermando che ha riconosciuto la santità di tante persone per dimostrare che la santità è la misura ordinaria della vita cristiana (‘Novo Millennio Ineunte’, ai nn. 30 e 31). Tutti siamo chiamati alla santità, per tutti è possibile diventare santi, come aveva detto a suo tempo il Concilio Vaticano II.
Oggi, non si può cominciare il processo prima di 5 anni dalla morte, ma non bisogna ritardarlo oltre i 30; ribaltando così le tempistiche del passato. Perché sono necessarie voci e testimonianze vive. Inoltre non conta tanto l'eccezionalità quanto piuttosto l'evangelicità della vita. 

Quindi, in cosa consiste la santità?
La santità è l’avere preso sul serio e vivere costantemente il Vangelo, essere veri imitatori di Gesù Cristo, delle beatitudini. Non a caso papa Francesco nella “Gaudete et exultate” dice che “le beatitudini sono il manifesto della santità cristiana”. Piergiorgio Frassati, presto santo, viene chiamato ‘l'uomo delle 8 beatitudini’, da mettere in pratica costantemente, serenamente. Il Santo non è quello che si sforza di essere tale, ma quello che vive talmente immerso nel Vangelo che gli è naturale viverlo. La santità è la vita di un credente che prende sul serio il Vangelo per amore di Gesù. 

C’è un invito per questo anno santo
È dal 1475, con la Bolla ‘Ineffabilis providentia’ di Papa Paolo II nel 1470, che l’Anno Santo viene celebrato ogni 25 anni. Da quel momento si è sempre voluto che non fosse solo un anno di celebrazioni e pellegrinaggi, ma proprio l’anno della santità, per ricordarci che quanto avviene è ciò che siamo chiamati a vivere ogni anno della nostra esistenza. Il numero 25 è anche il simbolo di una generazione: una generazione che rilancia all'altra l'impegno cristiano della chiamata alla santità. Per questo, in particolare nel secolo scorso, l'Anno Santo diventa l'occasione per proporre le figure di santi.

Può farci degli esempi?
Pio XI nel 1925 riconosce la santità di Teresina di Lisieux, la santa delle piccole cose, del quotidiano; poi nel ‘33 canonizza San Giovanni Bosco l'uomo della carità della gioventù. Nel 1950 Papa Pio XII inserisce nel canone (elenco) Domenico Savio e Maria Goretti, due giovani, perché dopo la guerra era necessario rilanciare il mondo. È quello che sta facendo anche Papa Francesco che, per il Giubileo 2025, ha scelto in particolare le figure di Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, addirittura un'adolescente, proprio perché per essere santi non è necessario essere persone eccezionali ma piuttosto essere innamorati di Cristo, ed entusiasti. 

È questa la santità allora…
Sì: credere che tutti siamo chiamati, secondo la fantasia di Dio, ognuno così come è e dove è, a diventare un Vangelo vivente. L’Anno Santo ce lo ricorda. È un simbolo, perché un anno è il simbolo della vita, di una generazione, la mia, la tua; la prossima avrà altri santi. Il Papa ci rilancia l’entusiasmo della nostra vita di fede perché Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati sono due santi entusiasti ed emanano entusiasmo per Gesù Cristo. E il nostro mondo ha senza dubbio bisogno di entusiasmo e speranza.



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