Di me sarete testimoni
Il Messaggio di Papa Francesco per l’ottobre missionario ultimo scorso, concentrava l’attenzione sulle ultime parole di Gesù agli apostoli, prima della sua ascensione al cielo: “Di me sarete testimoni” (At 1,8). Queste parole esplicitano quel mandato missionario che è costitutivo della Chiesa. Sono il tema e lo slogan della Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri che si celebra il 24 marzo.
Gesù invita gli apostoli ad essere testimoni. Si tratta di un termine di origine latina che ha lo stesso significato del suo corrispondente greco, cioè martiri.
Nella tradizione cristiana tutti i battezzati sono chiamati ad essere testimoni di Gesù, del Vangelo e della propria fede, in ogni circostanza. Ce lo ricorda l’evangelista Matteo. Per essere testimoni secondo il Vangelo è necessario, quindi, armarsi di fedeltà e coraggio, senza paura di mettere in gioco la propria stessa vita o addirittura di ‘perderla’. Ancor di più, possiamo affermare che la perseveranza fino alla fine diventa la forma più alta della “testimonianza” che definiamo martirio. In questa luce, il martirio non può essere visto come una sconfitta, ma come la vittoria più gloriosa. Possiamo comprendere questa apparente assurdità del martirio, inteso come una vittoria, soltanto alla luce del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo. E invita però anche ciascuno dei suoi discepoli a seguirlo e a perseverare fino alla fine.
“Di me... sarete testimoni”. L’oggetto della testimonianza è prima di tutto Gesù Risorto. Tutti gli apostoli sono coscienti che la loro testimonianza è credibile nella misura in cui essi hanno vissuto con Gesù, lo hanno realmente incontrato dopo la sua morte e risurrezione, ma soprattutto perché hanno alimentato una profonda comunione con lui. Certamente l’immensa schiera di santi e di martiri, che la storia della Chiesa ci offre, danno prova di aver vissuto i loro giorni terreni in profonda comunione con Gesù risorto.
La testimonianza non può essere significativa e veritiera se non è sottoposta all’azione dello Spirito Santo. È lo Spirito Santo che guida i discepoli e i missionari nell’opera di evangelizzazione. Soltanto sotto l’azione dello Spirito il missionario trova il coraggio della fedeltà e della perseveranza fino alla fine, anche in situazioni - certamente non volute e non cercate - che possono esporlo anche al rischio per la propria stessa vita. Soltanto in questi casi, ossia nella docilità allo Spirito Santo, il martirio può essere accolto come un dono e come una corona di vittoria!







